{"id":514,"date":"2026-05-01T07:17:41","date_gmt":"2026-05-01T05:17:41","guid":{"rendered":"https:\/\/www.transiti.it\/?post_type=rubrica&#038;p=514"},"modified":"2026-05-01T07:18:00","modified_gmt":"2026-05-01T05:18:00","slug":"il-lavoro-che-cambia","status":"publish","type":"rubrica","link":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/il-rovescio-e-il-diritto\/il-lavoro-che-cambia\/","title":{"rendered":"Il lavoro che cambia"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: right\"><em>Il lavoro \u00e8 in primo luogo un processo che si svolge tra l\u2019uomo e la natura<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right\"><em>Un\u2019 attivit\u00e0 finalistica per la produzione di valori d\u2019uso<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right\"><em>quindi \u00e8 indipendente da ogni forma di vita e, anzi, <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right\"><em>\u00e8 comune egualmente a tutte le forme di societ\u00e0 della vita umana<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right\">Karl Marx, Il capitale<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Le trasformazioni del lavoro degli ultimi decenni stanno producendo impatti notevoli sulle condizioni dei lavoratori influenzando, non sempre positivamente, le relazioni, il senso di appartenenza e il livello di motivazione. Incertezza e ambiguit\u00e0 appaiono come le caratteristiche costitutive dell\u2019esperienza lavorativa contemporanea. E si osserva una divaricazione, talvolta netta e dissonante, tra dichiarazioni idilliache a sostegno del potenziamento e dello sviluppo dei dipendenti e comportamenti gestionali intenti a ottenere risultati immediati attraverso forme obsolete di comando, esecuzione e controllo.<\/p>\n<p>In tale cornice, il dopo pandemia ha dato la stura a due fenomeni diversi per esiti ma accomunati da motivazioni simili: le grandi dimissioni (Great Resignation) e l\u2019abbandono silenzioso (Quiet Quitting). Le dimissioni volontarie, una vera e propria fuga dal lavoro, sono state negli anni 2021 e 2022 pi\u00f9 di 4 milioni: un paradosso, considerato il mercato del lavoro italiano che presenta tassi di occupazione e di attivit\u00e0 tra i pi\u00f9 bassi d\u2019Europa.\u00a0I dati relativi alle dimissioni volontarie sono facilmente rilevabili e trattabili statisticamente, diversamente dal nuovo fenomeno dell\u2019abbandono silenzioso che, invece, consiste in una ridefinizione \u201csoggettiva\u201d del proprio rapporto di lavoro. Ossia, il <em>quiet<\/em> <em>quitter<\/em> ridurrebbe l\u2019impegno dedicato allo svolgimento delle proprie attivit\u00e0 lavorative sia in termini quantitativi, nel fare l\u2019indispensabile pur nel rispetto dei compiti assegnati e dell\u2019orario di lavoro, sia manifestando un modesto coinvolgimento. Assistiamo a una diffusa disaffezione al lavoro e, come riferisce il V\u00b0 Rapporto Censis, a un \u201cdeclassamento valoriale del lavoro, non pi\u00f9 epicentro delle vite e delle aspirazioni, ma riportato al rango di una delle tante attivit\u00e0 di cui si compone il puzzle quotidiano delle vite individuali\u201d.<\/p>\n<p>Il lavoro perderebbe un suo specifico connotato, quello di attribuire status e riconoscimento sociale e professionale, riducendo la rilevanza avuta fino a qualche decennio fa. Nella vita di gran parte dei lavoratori crescerebbe l\u2019importanza di fattori alternativi: pi\u00f9 tempo per s\u00e9 stessi, meno tempo da dedicare al lavoro, pi\u00f9 tempo da destinare alla famiglia e alle proprie passioni e conseguente rifiuto dello straordinario e di ogni altra attivit\u00e0 che ecceda i compiti definiti contrattualmente. In particolare sono i lavoratori pi\u00f9 giovani che sembrano mostrare maggiore attenzione alle proprie esigenze di benessere e a una pi\u00f9 elevata qualit\u00e0 della vita, chiedendo alle aziende tempi di lavoro pi\u00f9 facilmente conciliabili con la vita privata. Secondo un\u2019indagine di Gallup Poll la percentuale di lavoratori italiani soddisfatti del proprio lavoro \u00e8 appena del 4 per cento mentre l\u201982,3 per cento \u00e8 insoddisfatta e ritiene di meritare di pi\u00f9. Insomma, una buona parte dei lavoratori italiani mostra un rapporto strumentale nei confronti del proprio lavoro che viene considerato come una modalit\u00e0 per ottenere il denaro necessario per vivere o dedicarsi ad altro. Non solo, oltre al mutato atteggiamento nei confronti del lavoro, le caratteristiche strutturali del mercato del lavoro italiano non facilitano un incontro soddisfacente tra domanda e offerta. Purtroppo, la quota delle professioni intellettuali \u00e8 in Italia tra le pi\u00f9 basse d\u2019Europa e non crescono in misura soddisfacente gli occupati nell\u2019istruzione, nella sanit\u00e0 e nei servizi alle imprese.<\/p>\n<p>Nel 1980,\u00a0 dal\u00a0 31 ottobre al 2 novembre, si svolse a Milano un convegno organizzato dal quotidiano Il Manifesto sul tema <em>Liberare il lavoro o liberarsi dal lavoro?<\/em> \u00a0Confluirono in quelle discussioni le due tesi principali, riportate nella domanda del titolo, che da sempre si confrontano nel dibattitto del e sul movimento operaio. <em>Liberarsi dal lavoro<\/em> fu negli anni Settanta una posizione radicale e suggestiva. Ancora oggi, quando il pi\u00f9 importante filosofo italiano vivente, Giorgio Agamben, afferma in un suo recente scritto \u201c Fondare una societ\u00e0 sul lavoro, significa pertanto votarla in ultima istanza non all\u2019ordine e alla vita, ma al disordine e alla morte\u201d suscita riflessioni tutt\u2019altro che banali. E\u2019 indubbio che al tempo del fordismo il lavoro era alienante, abbrutente e l\u2019uomo una rotella meccanica della catena di montaggio. Il rifiuto del lavoro sembr\u00f2 la premessa alla radicale trasformazione della societ\u00e0.<\/p>\n<p>Epper\u00f2, per l\u2019umano il lavoro, cio\u00e8 la produzione di <em>mondo, <\/em>gli \u00e8 consustanziale. L\u2019umo \u00e8 un animale biologicamente culturale, come sostiene Arnold Gehlen la cultura \u00e8 la \u201cprima natura dell\u2019uomo\u201d, attraverso cui produce organizzazione sociale e del lavoro. E possiamo anche ricordare la celebre espressione di Hebert Marcuse \u201cl\u2019animale lascia accadere la sua vita, l\u2019uomo la fa accadere mediante il lavoro\u201d. Allora, <em>Liberare il lavoro<\/em>, l\u2019altra ipotesi, appare pi\u00f9 verosimile. Ma \u00e8 sufficiente liberare il lavoro dal dominio dell\u2019organizzazione capitalistica e dalla espropriazione di valore? \u00a0Insomma, se si ponesse fine allo sfruttamento salariale, avremmo liberato il lavoro umano dall\u2019alienazione? La risposta, probabilmente, \u00e8 negativa. Una quota di lavoro, che riproduca le condizioni di vita in societ\u00e0 cos\u00ec complesse come le nostre, sarebbe comunque estraniante, routinaria e faticosa. Diverrebbe dirimente il tempo di lavoro che ciascuno dovrebbe t dedicare a tali attivit\u00e0.<\/p>\n<p>Il capitalismo contemporaneo, nella sua versione neoliberale, ha bisogno di caratteristiche affatto diverse da quelle richieste alla forza-lavoro di epoca fordista: flessibilit\u00e0, linguaggio, lavoro di gruppo, esibizione di toni emotivi particolari. E\u2019 paradossale che proprio oggi qualsiasi organizzazione, privata o pubblica, piccola o grande, concentri le sue maggiori capacit\u00e0 persuasive per convincere ciascun lavoratore che in fondo egli \u00e8 un\u2019azienda, \u00a0l\u2019azienda di s\u00e9 stesso, con il suo bilancio (sic!) di competenze. Al di l\u00e0 della propaganda il risultato \u00e8 un\u2019inattesa presa di distanza dei lavoratori dal lavoro. L\u2019abbandono tacito del <em>quiet<\/em> <em>quitter<\/em>, non \u00e8 pi\u00f9 fondato su ragioni politiche e di rivolta contro l\u2019ordine costituito, come lo fu negli anni Sessanta e Settanta\u00a0 ma \u00e8 un rifiuto esistenziale, per l&#8217;appunto, silenzioso: nella scala dei suoi valori, il lavoro non \u00e8 pi\u00f9 prioritario.<\/p>\n<p>(questo articolo \u00e8 tratto dal libro Sguardi. L&#8217;attualit\u00e0 in questione, edizioni Giuseppe Laterza)\u00a0 \u00a0 \u00a0<em>\u00a0\u00a0<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le trasformazioni del lavoro degli ultimi decenni stanno producendo impatti notevoli sulle condizioni dei lavoratori influenzando, non sempre positivamente, le relazioni, il senso di appartenenza e il livello di motivazione. 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