{"id":690,"date":"2026-07-23T08:31:06","date_gmt":"2026-07-23T06:31:06","guid":{"rendered":"https:\/\/www.transiti.it\/?post_type=rubrica&#038;p=690"},"modified":"2026-08-03T14:31:56","modified_gmt":"2026-08-03T12:31:56","slug":"la-disobbedienza-come-pratica-della-disperanza","status":"publish","type":"rubrica","link":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/il-rovescio-e-il-diritto\/la-disobbedienza-come-pratica-della-disperanza\/","title":{"rendered":"La disobbedienza come pratica della disperanza"},"content":{"rendered":"<p>n tempo paradossale quello in cui viviamo. Nonostante che Il futuro sia sempre pi\u00f9 immaginato come il tempo dell\u2019incertezza e dell\u2019ambiguit\u00e0, la politica, spesso attorcigliata nella sua inconsistenza, continua a promettere tempi migliori; l\u2019economia assicura che le crisi saranno superate, magari producendo e lavorando di pi\u00f9; perfino la petulante psicologia positiva invita a coltivare ottimismo come condizione di un supposto benessere individuale. Sembra che sperare sia doveroso. Cresce, invece, quasi silenziosamente, un sentimento diverso, che prende le distanze dalla speranza. Non indulge al pessimismo, che continua a misurarsi con la probabilit\u00e0 del fallimento; n\u00e9 al nichilismo, che rinuncia a ogni valore. Piuttosto \u00e8 ci\u00f2 che lo scrittore colombiano, \u00c1lvaro Mutis, ha chiamato disperanza: una condizione esistenziale nella quale vengono meno le illusioni, ma non per questo si estingue la responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>La disperanza non coincide con la disperazione. Il disperato \u00e8 ancora prigioniero della speranza perduta. Invece chi vive nella disperanza ha smesso di attendere che il mondo realizzi le proprie promesse. Continua a vivere, ad amare, a creare, a combattere, ma senza confidare in un approdo salvifico della storia. \u00c8 una differenza sottile, ma decisiva. Nella figura di Maqroll il Gabbiere, Mutis racconta uomini che non attendono la felicit\u00e0, n\u00e9 confidano in un ordine capace di ricompensare il bene. Agiscono perch\u00e9 quella \u00e8 la loro misura umana, non perch\u00e9 immaginino una redenzione imminente. La loro \u00e8 una fedelt\u00e0 alla vita, non alla vittoria.<\/p>\n<p>Giorgio Caproni, tra i maggiori poeti italiani del Novecento, nella stagione estrema della sua poesia, abita questa stessa soglia. Il suo dio tace, la verit\u00e0 sfugge, ogni certezza si dissolve. Ma la poesia continua a interrogare il mondo. La parola non salva, impedisce per\u00f2 che il silenzio divenga complicit\u00e0. Ecco i suoi versi, dalla raccolta del 1982, Il franco cacciatore<\/p>\n<p>Disperanza Mi buttai un\u2019altra volta\/A capo in gi\u00f9.\/All\u2019avventura.\/Nel mio folle pensare,\/bruciai il fiume.\/La volta\/del bosco.\/L\u2019aratura.\/Mi fiaccai il collo.\/Invano.\/Invano tentai di sfondare\/Il muro della paura.<\/p>\n<p>Il recente e prezioso libriccino di Franco Marcoaldi, La disperanza, trasforma questa disposizione in una pratica quotidiana dell\u2019attenzione. Se il futuro non garantisce alcun risarcimento, resta la possibilit\u00e0 di abitare responsabilmente il presente, di sottrarsi all\u2019accelerazione permanente, di custodire una forma minima ma ostinata di umanit\u00e0. \u201cLa disperanza non \u00e8 affatto cupa, fosca, inerte. Al contrari, nella sua felice ambiguit\u00e0, rappresenta il volano ideale di molteplici aspetti liberatori per l\u2019individuo capace di farla propria\u201d.<\/p>\n<p>Vito Teti \u00e8 un antropologo noto per aver coniato il neologismo della restanza. La sua idea di disperanza, descritta in un\u2019interessante voce della Treccani on line, assume la forma del restare. Nel tempo dello sradicamento permanente, dell\u2019abbandono dei paesi, della dissoluzione dei legami comunitari, abitare un luogo significa resistere alla cancellazione della memoria. Non \u00e8 nostalgia. \u00c8 un gesto politico. Questi autori sembrano convergere in un\u2019intuizione comune: la speranza non pu\u00f2 pi\u00f9 costituire il fondamento dell\u2019azione.<\/p>\n<p>Per lungo tempo la modernit\u00e0 ha alimentato una narrazione progressiva della storia. La scienza avrebbe sconfitto la miseria, la tecnica avrebbe ridotto il lavoro necessario, la democrazia avrebbe esteso i diritti, il mercato avrebbe prodotto benessere diffuso. Oggi quella narrazione appare incrinata. Le crisi ambientali, le guerre, l\u2019aumento delle disuguaglianze, la precarizzazione dell\u2019esistenza, il ritorno dei nazionalismi mostrano un futuro molto meno lineare di quanto il Novecento avesse immaginato. Se la speranza vacilla, anche l\u2019azione rischia di paralizzarsi. \u00c8 qui che la disperanza pu\u00f2 diventare una categoria politica. Non perch\u00e9 prometta alternative gi\u00e0 disponibili, ma perch\u00e9 libera l\u2019agire dall\u2019ossessione del risultato. Si disobbedisce non perch\u00e9 si \u00e8 certi di vincere, ma perch\u00e9 alcune forme di obbedienza diventano moralmente impraticabili.<\/p>\n<p>La storia offre numerosi esempi di questa postura. Antigone seppellisce il fratello pur sapendo di andare incontro alla morte. Bartleby risponde con il suo ostinato \u00abPreferirei di no\u00bb senza immaginare alcuna rivoluzione. Lorenzo Milani scrive che \u00abl\u2019obbedienza non \u00e8 pi\u00f9 una virt\u00f9\u00bb non perch\u00e9 intraveda una societ\u00e0 perfetta, ma perch\u00e9 riconosce il primato della coscienza sulla disciplina. Rosa Parks non sapeva che il suo gesto avrebbe cambiato la storia; sapeva soltanto che continuare a obbedire avrebbe significato accettare l\u2019ingiustizia. La disobbedienza, in questa prospettiva, non \u00e8 un mezzo per raggiungere un fine. Diventa una forma dell\u2019abitare il mondo. Forse \u00e8 proprio questo che manca oggi ai professionisti della politica, presente invece anche se in misura ancora insoddisfacente nei movimenti giovanili e sociali. La disperanza suggerisce invece un\u2019altra grammatica dell\u2019azione: agire senza garanzia. Resistere senza promessa. Custodire valori che non dipendono dal loro successo storico. In un\u2019epoca dominata dalla prestazione, anche l\u2019impegno politico \u00e8 stato assorbito dalla logica del rendimento. Si milita per ottenere risultati misurabili, si partecipa se si intravedono cambiamenti rapidi, si abbandona quando questi tardano ad arrivare. La disperanza rompe questo schema. Restituisce dignit\u00e0 ai gesti apparentemente inutili: la cura di un luogo, la difesa di un paesaggio, l\u2019insegnamento, l\u2019accoglienza dello straniero, la scelta di sottrarsi a consumi imposti, il rifiuto di linguaggi violenti, la costruzione di relazioni non competitive. Sono pratiche che non cambiano immediatamente il mondo, ma impediscono che il mondo cambi definitivamente noi.<\/p>\n<p>\u00c8 questa, probabilmente, la forma pi\u00f9 radicale della disobbedienza contemporanea. Non la rivolta spettacolare, facilmente riassorbita dalla comunicazione e dal mercato, ma la sottrazione. Sottrarsi all\u2019accelerazione quando tutto impone velocit\u00e0. Sottrarsi alla competizione quando ogni relazione viene trasformata in prestazione. Sottrarsi al consumo quando l\u2019identit\u00e0 coincide con ci\u00f2 che si acquista. Sottrarsi all\u2019odio quando esso diventa linguaggio pubblico. La disobbedienza della disperanza non coltiva illusioni. Non promette rivoluzioni imminenti n\u00e9 redenzioni collettive. Ma proprio per questo possiede una forza inattesa. Chi non attende ricompense pu\u00f2 permettersi di essere libero. Chi non misura ogni gesto con il criterio del successo pu\u00f2 continuare ad agire anche nelle stagioni pi\u00f9 oscure. Forse la vera resistenza del nostro tempo non consiste nell\u2019attendere un futuro migliore, ma nel rendere il presente meno disumano. Ed \u00e8 in questa fedelt\u00e0 ostinata, priva di illusioni ma non di responsabilit\u00e0, che la disperanza cessa di essere una categoria del disincanto e diventa una forma esigente di libert\u00e0.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Disperanza e disobbedienza come forme di resistenza del nostro tempo. <\/p>","protected":false},"author":2,"featured_media":692,"template":"","categories":[],"class_list":["post-690","rubrica","type-rubrica","status-publish","has-post-thumbnail","hentry"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/rubrica\/690","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/rubrica"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/types\/rubrica"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media\/692"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=690"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=690"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}