{"id":720,"date":"2026-08-24T18:48:05","date_gmt":"2026-08-24T16:48:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.transiti.it\/?post_type=rubrica&#038;p=720"},"modified":"2026-08-24T18:48:21","modified_gmt":"2026-08-24T16:48:21","slug":"dalla-tarantata-alla-taranta-metamorfosi-di-un-rito-tra-riscatto-e-spettacolo","status":"publish","type":"rubrica","link":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/il-rovescio-e-il-diritto\/dalla-tarantata-alla-taranta-metamorfosi-di-un-rito-tra-riscatto-e-spettacolo\/","title":{"rendered":"Dalla tarantata alla Taranta. Metamorfosi di un rito tra riscatto e spettacolo"},"content":{"rendered":"<p>Ogni estate decine di migliaia di persone raggiungono Melpignano per la Notte della Taranta. Ballano, cantano, ascoltano musicisti provenienti da esperienze diverse, partecipano a uno degli eventi musicali pi\u00f9 frequentati dell\u2019estate italiana. Non c\u2019\u00e8 nulla di male. Una festa \u00e8 una festa e non ha l\u2019obbligo di trasformarsi in un seminario di antropologia culturale. Eppure qualcosa, davanti a quella folla festante, continua a produrre una sensazione di spaesamento. Forse perch\u00e9 dietro la taranta contemporanea ce n\u2019\u00e8 un\u2019altra, ormai quasi invisibile. Non quella del grande palco, delle luci, delle telecamere, del turismo estivo e della comunicazione promozionale, ma quella raccontata da Ernesto de Martino ne <em>La terra del rimorso<\/em>: un mondo di sofferenza, povert\u00e0, esclusione, conflitti familiari, amori impossibili, fatiche contadine. Un mondo nel quale musica e danza non costituivano uno spettacolo, ma contribuivano a ricomporre esistenze che rischiavano di andare in frantumi.<\/p>\n<p>La distanza tra queste due immagini \u00e8 enorme. La prima appartiene alla societ\u00e0 dello spettacolo e del consumo culturale, la seconda a un universo nel quale il rito interveniva sulla precariet\u00e0 stessa dell\u2019esistenza. Una distanza che meriterebbe di essere interrogata. Quando nel 1959 de Martino e la sua \u00e9quipe arrivarono nel Salento per studiare il tarantismo, non cercavano semplicemente una curiosit\u00e0 folkloristica. De Martino era interessato a qualcosa di molto pi\u00f9 radicale: comprendere che cosa accade quando una persona rischia di perdere la capacit\u00e0 di stare nel proprio mondo. \u00c8 la sua celebre categoria della <em>crisi della presenza. <\/em>Che non coincide semplicemente con l\u2019essere fisicamente presenti, ma poter essere soggetti della propria storia, riuscire a conferire un significato agli eventi, non essere travolti da ci\u00f2 che accade. In alcuni momenti critici, un lutto, un abbandono, una condizione di miseria, un conflitto affettivo, una vita senza possibilit\u00e0 di riscatto questa capacit\u00e0 pu\u00f2 vacillare.<\/p>\n<p>Il tarantismo offriva una risposta culturale a quella crisi. Il morso del ragno forniva un linguaggio attraverso cui esprimere un dolore che altrimenti non avrebbe avuto parola. La musica, i colori, la danza, la ripetizione rituale permettevano alla persona colpita di attraversare simbolicamente la propria crisi. La tarantata non ballava perch\u00e9 era felice, ma perch\u00e9 stava male. Il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, le tarantate raggiungevano la cappella di San Paolo a Galatina. Pregavano, gridavano, danzavano, chiedevano la guarigione. Era il momento religioso di un percorso che si svolgeva soprattutto nelle case, accompagnato dal tamburello, dal violino, dall\u2019organetto, dai colori scelti o rifiutati dalla tarantata. De Martino mostr\u00f2 che non era il veleno di un ragno a provocare quella condizione. Il tarantismo costituiva piuttosto un dispositivo simbolico attraverso cui una cultura dava forma alla sofferenza e tentava di governarla. Il rito consentiva di trasformare un dolore individuale in un\u2019esperienza socialmente riconoscibile. Qui compare l\u2019altra categoria fondamentale: <em>il riscatto.<\/em> La crisi della presenza non conduce necessariamente alla dissoluzione. Le culture costruiscono strumenti attraverso cui l\u2019individuo pu\u00f2 tornare nel mondo. Il rito \u00e8 uno di questi. Musica e danza diventano tecniche collettive di reintegrazione. Il tarantismo era dunque molto pi\u00f9 della pizzica. Era una drammaturgia della sofferenza e del suo possibile superamento.<\/p>\n<p>Quel mondo \u00e8 scomparso (o almeno alcune manifestazioni fenomeniche) e, per molti aspetti, fortunatamente: nessuno dovrebbe provare nostalgia per la miseria, l\u2019emarginazione femminile o le condizioni materiali nelle quali il tarantismo trovava alimento. Il problema \u00e8 un altro. Quando una cultura trasforma una propria memoria in prodotto spettacolare, pu\u00f2 accadere che ne conservi i segni eliminandone il significato. Rimane il tamburello, la danza, la taranta. Scompare il rimorso. Celebriamo con sempre maggiore enfasi una tradizione mentre rischiamo di dimenticare ci\u00f2 che quella tradizione significava. La Notte della Taranta diventa cos\u00ec perfettamente compatibile con la logica dei grandi eventi contemporanei. Migliaia di persone, artisti famosi, turismo, promozione territoriale, televisioni, sponsor, amministratori pubblici. Il rischio \u00e8 quello del <em>carrozzone: <\/em>un Cantagiro etnico del XXI secolo, naturalmente molto pi\u00f9 sofisticato, nel quale ogni edizione deve superare la precedente e il successo viene misurato attraverso la quantit\u00e0 del pubblico raggiunto. La trasformazione non riguarda soltanto il Salento. \u00c8 una caratteristica delle societ\u00e0 contemporanee: convertire le differenze culturali in esperienze consumabili. Le culture locali diventano festival, le tradizioni diventano brand territoriali, i rituali diventano performance, le identit\u00e0 diventano attrazioni turistiche. Non vengono necessariamente distrutte. Vengono rese disponibili al consumo. \u00c8 una forma particolarmente efficace di neutralizzazione perch\u00e9 avviene attraverso la celebrazione.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 celebriamo la taranta, meno abbiamo bisogno di interrogarne il significato. Eppure proprio oggi la lezione di de Martino potrebbe essere straordinariamente attuale. Le forme storiche del tarantismo sono pressoch\u00e9 scomparse, ma non sono scomparse le <em>crisi della presenza<\/em>. Sono cambiate. Le incontriamo nella precariet\u00e0 delle biografie, nella solitudine urbana, nelle nuove fragilit\u00e0 giovanili, nello spaesamento prodotto dall\u2019accelerazione tecnologica, nell\u2019indebolimento dei legami comunitari, nella difficolt\u00e0 di immaginare il futuro. Anche la nostra societ\u00e0 produce individui che rischiano di non riuscire pi\u00f9 a \u201cesserci\u201d. La differenza \u00e8 che disponiamo di molti meno rituali collettivi capaci di trasformare la sofferenza individuale in esperienza condivisa.<\/p>\n<p>Abbiamo conservato la festa e perduto il rito. Il rito interveniva sulla crisi; la festa contemporanea rischia invece di sospenderla per qualche ora. Si balla, si canta, si partecipa all\u2019euforia collettiva e poi si ritorna alla propria vita. C\u2019\u00e8 intrattenimento ma nessun riscatto.\u00a0Si potrebbe allora chiedere a una manifestazione che utilizza un patrimonio culturale cos\u00ec importante di conservarne anche la memoria critica. <em>La terra del rimorso<\/em> non parla soltanto del Salento degli anni Cinquanta. Ci insegna qualcosa di molto pi\u00f9 universale: gli esseri umani hanno bisogno di strumenti culturali per attraversare le proprie crisi e tornare a essere presenti nel mondo. Potremmo allora porci qualche domanda: mentre trasformiamo il rito in festa, siamo ancora capaci di preservarne la forza critica? Dietro il ritmo ossessivo dei tamburelli riusciamo ancora a scorgere le vite, i conflitti, le sofferenze e le domande che quel ritmo contribuiva un tempo a rendere dicibili?<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dalla taranta dell&#8217;antropologo Ernesto de Martino alla festa di massa: quando una memoria culturale diventa spettacolo.<\/p>","protected":false},"author":2,"featured_media":721,"template":"","categories":[10],"class_list":["post-720","rubrica","type-rubrica","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","category-societa"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/rubrica\/720","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/rubrica"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/types\/rubrica"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media\/721"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=720"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=720"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}