{"id":828,"date":"2026-10-06T15:41:05","date_gmt":"2026-10-06T13:41:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.transiti.it\/?post_type=rubrica&#038;p=828"},"modified":"2026-10-06T15:41:21","modified_gmt":"2026-10-06T13:41:21","slug":"la-crisi-dello-stato-sociale-in-europa-nuovi-conflitti-e-ritorno-della-lotta-di-classe","status":"publish","type":"rubrica","link":"https:\/\/www.transiti.it\/en\/il-rovescio-e-il-diritto\/la-crisi-dello-stato-sociale-in-europa-nuovi-conflitti-e-ritorno-della-lotta-di-classe\/","title":{"rendered":"La crisi dello Stato sociale in Europa. Nuovi conflitti e ritorno della lotta di classe"},"content":{"rendered":"<p>Per alcuni decenni dopo la Seconda guerra mondiale, nelle societ\u00e0 occidentali sembr\u00f2 affermarsi un compromesso destinato a modificare profondamente il rapporto tra Stato, mercato e cittadini. Lo Stato non doveva soltanto garantire l\u2019ordine, amministrare la giustizia e difendere i confini. Doveva intervenire sulle condizioni materiali dell\u2019esistenza, correggere almeno in parte le diseguaglianze prodotte dal mercato e sottrarre alcuni beni fondamentali alla disponibilit\u00e0 economica individuale. Istruzione, salute, previdenza, abitazione e servizi collettivi entrarono cos\u00ec, sia pure con differenze tra i diversi paesi, nell\u2019orizzonte dei diritti sociali.\u00a0Non era certamente una societ\u00e0 senza classi. Lo Stato continuava a riflettere rapporti di forza economici e politici fortemente diseguali. Ma svolgeva una funzione essenziale di mediazione del conflitto sociale. Il compromesso tra capitale e lavoro, reso possibile anche dalla forza acquisita dalle organizzazioni dei lavoratori, riconosceva implicitamente che una parte della ricchezza prodotta dovesse ritornare alla societ\u00e0 sotto forma di servizi, protezioni e beni collettivi.<\/p>\n<p>\u00c8 questo equilibrio che, a partire dagli anni Ottanta, il neoliberalismo e successivamente la globalizzazione hanno progressivamente modificato. Non si \u00e8 verificata semplicemente una ritirata dello Stato. Privatizzazioni, esternalizzazioni e incentivi hanno ampliato gli spazi nei quali risorse pubbliche sostengono attivit\u00e0 organizzate secondo logiche private.\u00a0La contraddizione diventa evidente quando guardiamo ai beni fondamentali. Scuola, sanit\u00e0, casa, trasporti e ambiente continuano a essere considerati indispensabili, ma vengono sottoposti al vincolo permanente delle risorse disponibili. Contemporaneamente il ritorno della guerra nella politica europea sta orientando quantit\u00e0 crescenti di risorse verso le spese militari. \u00a0I bilanci pubblici stabiliscono priorit\u00e0 (scelte politiche) e \u00a0ogni priorit\u00e0 definisce una gerarchia dei bisogni collettivi.<\/p>\n<p>Ma qualcosa si muove dal basso. L\u2019Europa \u00e8 attraversata da conflitti apparentemente differenti che potrebbero avere una radice comune. In Francia studenti e insegnanti protestano sulle condizioni della scuola pubblica; in Spagna, e sempre pi\u00f9 anche in Italia, l\u2019accesso alla casa \u00e8 diventato terreno di mobilitazione; in Italia un\u2019apparente crescita dell\u2019occupazione convive con salari reali che non hanno ancora recuperato pienamente la perdita di potere d\u2019acquisto degli ultimi anni; in Germania la crisi di settori fondamentali dell\u2019apparato industriale mette in discussione occupazione e sicurezze che sembravano consolidate.\u00a0Scuola, casa, salari, lavoro industriale. Letti separatamente sembrano problemi diversi, affidati ciascuno alla propria politica settoriale. Ma se provassimo a leggerli insieme, ci accorgeremmo che dietro di essi compare la stessa domanda: come vengono distribuite nelle nostre societ\u00e0 le risorse che consentono alle persone di costruire la propria esistenza? Istruzione, abitazione, reddito, salute e ambiente non sono soltanto servizi o settori dell\u2019economia. Sono le condizioni sociali attraverso le quali gli individui possono progettare il proprio futuro.<\/p>\n<p>\u00c8 forse da qui che pu\u00f2 riemergere qualcosa che pensavamo appartenesse al Novecento: la lotta di classe. Non necessariamente nella forma conosciuta della societ\u00e0 industriale. La fabbrica non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019unico luogo nel quale diventano visibili le diseguaglianze e si organizzano gli interessi collettivi. Il conflitto si dissemina nella societ\u00e0: entra nella scuola e nell\u2019ospedale, attraversa i quartieri e il mercato degli affitti, riguarda il salario, la precariet\u00e0, l\u2019ambiente.\u00a0Sta cambiando, in altri termini, la geografia del conflitto di classe. Nel Novecento esso aveva il proprio luogo simbolico nella fabbrica e il proprio oggetto principale nella distribuzione della ricchezza prodotta. Oggi tende a estendersi alla distribuzione delle possibilit\u00e0 di vita: chi pu\u00f2 permettersi una casa, chi pu\u00f2 curarsi senza attendere mesi, chi accede a una buona istruzione, chi possiede un lavoro capace di garantire autonomia, chi pu\u00f2 vivere in un ambiente non degradato.<\/p>\n<p>Ma questi conflitti possono produrre un effetto ulteriore. Possono riportare nella sfera pubblica cittadini che da tempo hanno smesso di riconoscersi nei tradizionali canali della partecipazione politica. La crisi delle democrazie europee non riguarda infatti soltanto le istituzioni. Riguarda la progressiva rarefazione degli spazi nei quali le persone sperimentano concretamente la possibilit\u00e0 di incidere sulle decisioni collettive. Una democrazia nella quale i cittadini sono chiamati prevalentemente a scegliere periodicamente chi governer\u00e0 rischia di ridursi a una democrazia elettorale senza una vera societ\u00e0 partecipante.\u00a0Da questo punto di vista il conflitto \u00e8 una delle condizioni vitali della democrazia. Una mobilitazione per impedire la chiusura di una scuola, rivendicare un\u2019abitazione accessibile, difendere un servizio sanitario o chiedere salari adeguati sollecita i soggetti, che spesso vivono isolatamente gli stessi problemi, a riconoscerli come questioni collettive. Il disagio privato pu\u00f2 cos\u00ec trasformarsi in domanda pubblica. Ed \u00e8 proprio in questo passaggio che pu\u00f2 rinascere la partecipazione.<\/p>\n<p>Naturalmente nulla garantisce che ci\u00f2 avvenga. Gli stessi conflitti possono frammentarsi, rinchiudersi nella difesa di interessi particolari o essere intercettati da risposte identitarie e securitarie. Ma possono anche produrre associazioni, comitati, reti territoriali, nuove forme sindacali e movimenti capaci di ricostruire quei legami intermedi tra individuo e istituzioni che negli ultimi decenni si sono fortemente indeboliti. La partecipazione, allora, non precede necessariamente il conflitto: pu\u00f2 nascere dal conflitto stesso.\u00a0La crisi dello Stato sociale presenta cos\u00ec un paradosso. Mentre indebolisce uno dei fondamenti materiali della democrazia europea, pu\u00f2 contemporaneamente generare le condizioni perch\u00e9 nuovi soggetti tornino a occupare lo spazio pubblico. La democrazia potrebbe recuperare dal basso ci\u00f2 che sta perdendo dall\u2019alto: partecipazione, associazione, capacit\u00e0 di trasformare bisogni individuali in domande collettive.<\/p>\n<p>La lotta di classe, se questa espressione conserva ancora un significato, non starebbe dunque semplicemente tornando. Starebbe cambiando luoghi, soggetti e oggetti del conflitto. E forse anche funzione. Non riguarderebbe soltanto la redistribuzione della ricchezza, ma la possibilit\u00e0 di riappropriarsi collettivamente delle decisioni sulle condizioni della propria esistenza. In questo senso, i conflitti che attraversano oggi l\u2019Europa potrebbero rappresentare non soltanto il sintomo della crisi dello Stato sociale, ma anche uno dei luoghi nei quali la democrazia torna a essere una pratica e non soltanto una procedura.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La crisi dello stato sociale nei Paesi europei sta provocando conflitti, apparentemente differenti, che potrebbero per\u00f2 avere una radice comune. 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