Hitler: la vacuità di un uomo privato
Hitler era un pazzo esaltato? Esaltato, sì, ma non pazzo. Resta sorprendente, forse proprio per questo, che un’esistenza misera, un uomo praticamente privo di una storia personale al di là degli eventi politici che lo videro protagonista, abbia potuto avere un così rilevante impatto sulla storia e tenere per anni il mondo intero col fiato sospeso.
L’idea che Hitler fosse un pazzo esaltato ha non pochi sostenitori. Era, sì, un esaltato, ma non era affatto pazzo. Certo, c’è da chiedersi come sia stato possibile che un uomo così poco dotato intellettualmente, privo di qualità sociali e di sostegno familiare, senza alcuna esperienza di governo, abbia potuto avere un così rilevante impatto sulla storia e tenere il mondo intero col fiato sospeso.
Ebbene: intanto, Hitler non era affatto stupido, e possedeva una mente vivida in grado di attingere a una memoria formidabile. La sua capacità di cogliere rapidamente il nocciolo delle questioni era impressionante. E poi, la sua celeberrima abilità declamatoria, che gli stessi antagonisti politici gli riconoscevano. Ma questa straordinaria combinazione – una mente vivida abbinata a una straordinaria capacità di comunicare – non costituiscono fattori dirimenti. Non è stato l’unico statista del Novecento a legare deficienze caratteriali e superficialità di formazione culturale, a un’abilità e un’efficacia politica assai notevoli. Così come non è stato certo il primo caso di un individuo che da umili origini è riuscito a ricoprire alte cariche. In Hiler c’è qualcosa in più.
Questo qualcosa in più, sta nella miseria, nella vacuità di un uomo privato, in quell’essere, Hitler, una non-persona, nell’incarnare un uomo senza biografia, praticamente privo di una storia personale al di là degli eventi politici a cui prese parte e che lo videro, ahimè, protagonista. Il Führer non possedeva una sfera privata in cui ritirarsi, un’esistenza profonda che ne condizionasse i riflessi politici. La sua vita privata – un’autentica scatola vuota al di fuori della vita politica – non entrò mai a far parte del personaggio pubblico. Anaffettivo al sommo grado, riservava i soli istanti di dolcezza al suo pastore tedesco Blondi, e a Wolf, il suo cucciolo. Per il resto, era una non-persona che rasentava la disumanità.
Non visitò mai un ospedale da campo, mai si recò sui luoghi dei massacri, tanto meno in un campo di concentramento; ai suoi occhi, i nemici erano solo insetti da schiacciare. La sua assenza di impulso era totale, tant’è che il profondo disprezzo in cui teneva l’esistenza degli esseri umani non risparmiava il suo stesso popolo. Lui aveva una missione superiore da compiere e dunque le centinaia di migliaia di morti e mutilati erano una semplice astrazione, la sofferenza stessa un necessario e giustificato sacrificio che il popolo tedesco doveva affrontare con eroismo in vista del premio finale: la salvezza della nazione.
(Da: Ian Kershaw, Hitler, Bompiani/Rizzoli, 2016).