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Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito. Il mio viaggiare È stato tutto un restare Qua, dove non fui mai.
Giorgio Caproni, Il franco cacciatore
Forse ai nostri giorni l'obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere.
Michel Foucault, Poteri e strategie
Mission

Il blog della rivista Transiti nasce qui: in questo spazio di passaggio. Non come luogo di sosta definitiva, ma come soglia. Uno spazio aperto in cui fermare gli sguardi, rallentare il pensiero, provare a dare forma alle domande che attraversano la società, la letteratura, il cinema.

Se la rivista in versione cartacea, con uscite quadrimestrali, pubblicata da Les Flâneurs Edizioni, si prende il tempo dell’approfondimento, della costruzione argomentata, della riflessione distesa, il blog ne sarà il laboratorio dinamico: un luogo di interventi brevi, recensioni, note critiche, dialoghi, anticipazioni. Uno spazio in cui le idee possono nascere, misurarsi, talvolta anche contraddirsi.

Transiti non è solo un titolo, è una condizione. Sono le trasformazioni del lavoro e delle identità, le migrazioni culturali, i mutamenti del linguaggio. Transiti sono le opere letterarie che rileggono il passato per interrogare il futuro.  Sono le immagini cinematografiche che raccontano le fratture e le possibilità del nostro tempo.

In un’epoca dominata da polarizzazioni e slogan, crediamo ancora nel valore dell’argomentazione, nel dubbio come metodo, nella critica come forma di responsabilità. Non per costruire élite culturali, ma per alimentare una comunità di lettori esigenti e consapevoli.

Questo blog non offrirà risposte definitive. Proverà piuttosto a formulare domande migliori. Perché attraversare il presente non significa subirlo, significa comprenderne le tensioni, riconoscerne i conflitti, immaginarne gli sviluppi.

Benvenuti in questo spazio di passaggio. Benvenuti nei Transiti del nostro tempo.

Hitler: la vacuità di un uomo privato

27 Marzo 2026 - Società

Hitler era un pazzo esaltato? Esaltato, sì, ma non pazzo. Resta sorprendente, forse proprio per questo, che un’esistenza misera, un uomo praticamente privo di una storia personale al di là degli eventi politici che lo videro protagonista, abbia potuto avere un così rilevante impatto sulla storia e tenere per anni il mondo intero col fiato sospeso.

L’idea che Hitler fosse un pazzo esaltato ha non pochi sostenitori. Era, sì, un esaltato, ma non era affatto pazzo. Certo, c’è da chiedersi come sia stato possibile che un uomo così poco dotato intellettualmente, privo di qualità sociali e di sostegno familiare, senza alcuna esperienza di governo, abbia potuto avere un così rilevante impatto sulla storia e tenere il mondo intero col fiato sospeso.
Ebbene: intanto, Hitler non era affatto stupido, e possedeva una mente vivida in grado di attingere a una memoria formidabile. La sua capacità di cogliere rapidamente il nocciolo delle questioni era impressionante. E poi, la sua celeberrima abilità declamatoria, che gli stessi antagonisti politici gli riconoscevano. Ma questa straordinaria combinazione – una mente vivida abbinata a una straordinaria capacità di comunicare – non costituiscono fattori dirimenti. Non è stato l’unico statista del Novecento a legare deficienze caratteriali e superficialità di formazione culturale, a un’abilità e un’efficacia politica assai notevoli. Così come non è stato certo il primo caso di un individuo che da umili origini è riuscito a ricoprire alte cariche. In Hiler c’è qualcosa in più.
Questo qualcosa in più, sta nella miseria, nella vacuità di un uomo privato, in quell’essere, Hitler, una non-persona, nell’incarnare un uomo senza biografia, praticamente privo di una storia personale al di là degli eventi politici a cui prese parte e che lo videro, ahimè, protagonista. Il Führer non possedeva una sfera privata in cui ritirarsi, un’esistenza profonda che ne condizionasse i riflessi politici. La sua vita privata – un’autentica scatola vuota al di fuori della vita politica – non entrò mai a far parte del personaggio pubblico. Anaffettivo al sommo grado, riservava i soli istanti di dolcezza al suo pastore tedesco Blondi, e a Wolf, il suo cucciolo. Per il resto, era una non-persona che rasentava la disumanità.
Non visitò mai un ospedale da campo, mai si recò sui luoghi dei massacri, tanto meno in un campo di concentramento; ai suoi occhi, i nemici erano solo insetti da schiacciare. La sua assenza di impulso era totale, tant’è che il profondo disprezzo in cui teneva l’esistenza degli esseri umani non risparmiava il suo stesso popolo. Lui aveva una missione superiore da compiere e dunque le centinaia di migliaia di morti e mutilati erano una semplice astrazione, la sofferenza stessa un necessario e giustificato sacrificio che il popolo tedesco doveva affrontare con eroismo in vista del premio finale: la salvezza della nazione.
(Da: Ian Kershaw, Hitler, Bompiani/Rizzoli, 2016).

Guido Croci

Sociologo - numero di articoli pubblicati : 25

Guido Croci

Sociologo, ha lavorato per oltre trent’anni nel sistema universitario. Attualmente scrive anche su Primo Piano, rivista on-line di attualità, politica e cultura e tiene un corso di Sociologia generale presso l’Università della Terza Età di Trani. Dal 2002 al 2024 ha pubblicato dieci romanzi.