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Mission

Il blog della rivista Transiti nasce qui: in questo spazio di passaggio. Non come luogo di sosta definitiva, ma come soglia. Uno spazio aperto in cui fermare gli sguardi, rallentare il pensiero, provare a dare forma alle domande che attraversano la società, la letteratura, il cinema.

Se la rivista in versione cartacea, con uscite quadrimestrali, pubblicata da Les Flâneurs Edizioni, si prende il tempo dell’approfondimento, della costruzione argomentata, della riflessione distesa, il blog ne sarà il laboratorio dinamico: un luogo di interventi brevi, recensioni, note critiche, dialoghi, anticipazioni. Uno spazio in cui le idee possono nascere, misurarsi, talvolta anche contraddirsi.

Transiti non è solo un titolo, è una condizione. Sono le trasformazioni del lavoro e delle identità, le migrazioni culturali, i mutamenti del linguaggio. Transiti sono le opere letterarie che rileggono il passato per interrogare il futuro.  Sono le immagini cinematografiche che raccontano le fratture e le possibilità del nostro tempo.

In un’epoca dominata da polarizzazioni e slogan, crediamo ancora nel valore dell’argomentazione, nel dubbio come metodo, nella critica come forma di responsabilità. Non per costruire élite culturali, ma per alimentare una comunità di lettori esigenti e consapevoli.

Questo blog non offrirà risposte definitive. Proverà piuttosto a formulare domande migliori. Perché attraversare il presente non significa subirlo, significa comprenderne le tensioni, riconoscerne i conflitti, immaginarne gli sviluppi.

Benvenuti in questo spazio di passaggio. Benvenuti nei Transiti del nostro tempo.

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Dalla tarantata alla Taranta. Metamorfosi di un rito tra riscatto e spettacolo

Dalla taranta dell'antropologo Ernesto de Martino alla festa di massa: quando una memoria culturale diventa spettacolo.

Ogni estate decine di migliaia di persone raggiungono Melpignano per la Notte della Taranta. Ballano, cantano, ascoltano musicisti provenienti da esperienze diverse, partecipano a uno degli eventi musicali più frequentati dell’estate italiana. Non c’è nulla di male. Una festa è una festa e non ha l’obbligo di trasformarsi in un seminario di antropologia culturale. Eppure qualcosa, davanti a quella folla festante, continua a produrre una sensazione di spaesamento. Forse perché dietro la taranta contemporanea ce n’è un’altra, ormai quasi invisibile. Non quella del grande palco, delle luci, delle telecamere, del turismo estivo e della comunicazione promozionale, ma quella raccontata da Ernesto de Martino ne La terra del rimorso: un mondo di sofferenza, povertà, esclusione, conflitti familiari, amori impossibili, fatiche contadine. Un mondo nel quale musica e danza non costituivano uno spettacolo, ma contribuivano a ricomporre esistenze che rischiavano di andare in frantumi.

La distanza tra queste due immagini è enorme. La prima appartiene alla società dello spettacolo e del consumo culturale, la seconda a un universo nel quale il rito interveniva sulla precarietà stessa dell’esistenza. Una distanza che meriterebbe di essere interrogata. Quando nel 1959 de Martino e la sua équipe arrivarono nel Salento per studiare il tarantismo, non cercavano semplicemente una curiosità folkloristica. De Martino era interessato a qualcosa di molto più radicale: comprendere che cosa accade quando una persona rischia di perdere la capacità di stare nel proprio mondo. È la sua celebre categoria della crisi della presenza. Che non coincide semplicemente con l’essere fisicamente presenti, ma poter essere soggetti della propria storia, riuscire a conferire un significato agli eventi, non essere travolti da ciò che accade. In alcuni momenti critici, un lutto, un abbandono, una condizione di miseria, un conflitto affettivo, una vita senza possibilità di riscatto questa capacità può vacillare.

Il tarantismo offriva una risposta culturale a quella crisi. Il morso del ragno forniva un linguaggio attraverso cui esprimere un dolore che altrimenti non avrebbe avuto parola. La musica, i colori, la danza, la ripetizione rituale permettevano alla persona colpita di attraversare simbolicamente la propria crisi. La tarantata non ballava perché era felice, ma perché stava male. Il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, le tarantate raggiungevano la cappella di San Paolo a Galatina. Pregavano, gridavano, danzavano, chiedevano la guarigione. Era il momento religioso di un percorso che si svolgeva soprattutto nelle case, accompagnato dal tamburello, dal violino, dall’organetto, dai colori scelti o rifiutati dalla tarantata. De Martino mostrò che non era il veleno di un ragno a provocare quella condizione. Il tarantismo costituiva piuttosto un dispositivo simbolico attraverso cui una cultura dava forma alla sofferenza e tentava di governarla. Il rito consentiva di trasformare un dolore individuale in un’esperienza socialmente riconoscibile. Qui compare l’altra categoria fondamentale: il riscatto. La crisi della presenza non conduce necessariamente alla dissoluzione. Le culture costruiscono strumenti attraverso cui l’individuo può tornare nel mondo. Il rito è uno di questi. Musica e danza diventano tecniche collettive di reintegrazione. Il tarantismo era dunque molto più della pizzica. Era una drammaturgia della sofferenza e del suo possibile superamento.

Quel mondo è scomparso (o almeno alcune manifestazioni fenomeniche) e, per molti aspetti, fortunatamente: nessuno dovrebbe provare nostalgia per la miseria, l’emarginazione femminile o le condizioni materiali nelle quali il tarantismo trovava alimento. Il problema è un altro. Quando una cultura trasforma una propria memoria in prodotto spettacolare, può accadere che ne conservi i segni eliminandone il significato. Rimane il tamburello, la danza, la taranta. Scompare il rimorso. Celebriamo con sempre maggiore enfasi una tradizione mentre rischiamo di dimenticare ciò che quella tradizione significava. La Notte della Taranta diventa così perfettamente compatibile con la logica dei grandi eventi contemporanei. Migliaia di persone, artisti famosi, turismo, promozione territoriale, televisioni, sponsor, amministratori pubblici. Il rischio è quello del carrozzone: un Cantagiro etnico del XXI secolo, naturalmente molto più sofisticato, nel quale ogni edizione deve superare la precedente e il successo viene misurato attraverso la quantità del pubblico raggiunto. La trasformazione non riguarda soltanto il Salento. È una caratteristica delle società contemporanee: convertire le differenze culturali in esperienze consumabili. Le culture locali diventano festival, le tradizioni diventano brand territoriali, i rituali diventano performance, le identità diventano attrazioni turistiche. Non vengono necessariamente distrutte. Vengono rese disponibili al consumo. È una forma particolarmente efficace di neutralizzazione perché avviene attraverso la celebrazione.

Più celebriamo la taranta, meno abbiamo bisogno di interrogarne il significato. Eppure proprio oggi la lezione di de Martino potrebbe essere straordinariamente attuale. Le forme storiche del tarantismo sono pressoché scomparse, ma non sono scomparse le crisi della presenza. Sono cambiate. Le incontriamo nella precarietà delle biografie, nella solitudine urbana, nelle nuove fragilità giovanili, nello spaesamento prodotto dall’accelerazione tecnologica, nell’indebolimento dei legami comunitari, nella difficoltà di immaginare il futuro. Anche la nostra società produce individui che rischiano di non riuscire più a “esserci”. La differenza è che disponiamo di molti meno rituali collettivi capaci di trasformare la sofferenza individuale in esperienza condivisa.

Abbiamo conservato la festa e perduto il rito. Il rito interveniva sulla crisi; la festa contemporanea rischia invece di sospenderla per qualche ora. Si balla, si canta, si partecipa all’euforia collettiva e poi si ritorna alla propria vita. C’è intrattenimento ma nessun riscatto. Si potrebbe allora chiedere a una manifestazione che utilizza un patrimonio culturale così importante di conservarne anche la memoria critica. La terra del rimorso non parla soltanto del Salento degli anni Cinquanta. Ci insegna qualcosa di molto più universale: gli esseri umani hanno bisogno di strumenti culturali per attraversare le proprie crisi e tornare a essere presenti nel mondo. Potremmo allora porci qualche domanda: mentre trasformiamo il rito in festa, siamo ancora capaci di preservarne la forza critica? Dietro il ritmo ossessivo dei tamburelli riusciamo ancora a scorgere le vite, i conflitti, le sofferenze e le domande che quel ritmo contribuiva un tempo a rendere dicibili?