Perché gli esseri umani possono mentire? La risposta è nel più importante dispositivo biologico e culturale di cui dispone la nostra specie: il linguaggio.
Mentiamo. Probabilmente più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. Mentiamo per interesse, per paura, per pudore, per proteggere noi stessi o qualcuno; per ottenere un vantaggio, evitare un conflitto, apparire diversi da come siamo. Mentiamo inventando qualcosa che non è accaduto, ma anche omettendo una circostanza, esagerando un merito, attenuando una responsabilità, simulando un sentimento. La bugia accompagna discretamente, e tuttavia tenacemente, la nostra vita sociale. Considerarla soltanto una debolezza morale o una caratteristica psicologica individuale rischia però di farci perdere la parte più interessante del problema. La menzogna è un fatto sociale, perché nasce e acquista significato dentro una relazione con gli altri. E, soprattutto, è un comportamento trasversale. Non sembra appartenere a una classe sociale, a un genere, a una condizione economica o a un particolare territorio. Mentono ricchi e poveri, uomini e donne, persone istruite e meno istruite; si mente nelle metropoli come nei piccoli paesi, nelle famiglie e nei luoghi di lavoro, nelle relazioni sentimentali e nelle organizzazioni, nella politica e nella vita quotidiana. Cambiano naturalmente le ragioni, le forme, le opportunità e le conseguenze della menzogna. E cambia soprattutto il potere di farla credere. Ma la possibilità di mentire sembra precedere queste differenze.
Prima ancora di chiederci chi mente, dovremmo allora domandarci perché gli esseri umani possono mentire. Una risposta conduce al più importante dispositivo biologico e culturale di cui la nostra specie dispone: il linguaggio. La straordinaria peculiarità del linguaggio umano consiste infatti nella possibilità di parlare non soltanto di ciò che esiste, ma anche di ciò che non esiste. Posso dire «fuori sta piovendo» mentre effettivamente piove. Ma posso pronunciare esattamente la stessa frase mentre fuori splende il sole. Dal punto di vista linguistico, entrambe le proposizioni sono perfettamente costruite. Il linguaggio non possiede un meccanismo interno che obblighi le parole a coincidere con i fatti. Cosicché la menzogna acquista un significato antropologico prima ancora che morale.
Emilio Garroni suggerisce una questione decisiva: veridicità e menzogna non appartengono a due differenti facoltà umane. Dipendono dalle medesime condizioni di possibilità. La capacità che mi consente di raccontare fedelmente ciò che è accaduto ieri è la stessa che mi permette di raccontare qualcosa che ieri non è mai accaduto. Su un terreno diverso, Umberto Eco arriva a una conclusione sorprendentemente simile: la semiotica studia tutto ciò che può essere utilizzato per mentire. Se qualcosa non può essere usato per mentire, osserva il semiologo, non può neppure essere utilizzato per dire la verità: può soltanto essere impiegato per indicare qualcosa. È un passaggio fondamentale. La possibilità della menzogna non rappresenta semplicemente un difetto del linguaggio: rivela una sua proprietà costitutiva. Il segno può rinviare a qualcosa anche quando quella cosa non è presente e persino quando non esiste. Le parole possono così emanciparsi dall’immediatezza del mondo. Possiamo mentire, dunque, perché possiamo parlare di ciò che non c’è. Una possibilità che introduce un paradosso. La facoltà che ci consente di inventare una falsa riunione per giustificare un ritardo è la stessa che permette a Cervantes di inventare Don Chisciotte. Se il linguaggio fosse rigidamente incatenato alla realtà presente, probabilmente non potremmo mentire; ma non potremmo neppure raccontare romanzi, elaborare utopie, formulare ipotesi scientifiche, immaginare società differenti o progettare il futuro. Possiamo mentire perché possiamo immaginare.
Georg Simmel aveva intuito che nessuna società potrebbe fondarsi sulla completa trasparenza. Ogni relazione stabilisce confini tra ciò che mostriamo e ciò che nascondiamo, tra quello che l’altro sa di noi e ciò che gli rimane inaccessibile. Nelle interazioni siamo continuamente impegnati nella presentazione di noi stessi: selezioniamo informazioni, controlliamo impressioni, nascondiamo emozioni, interpretiamo ruoli. Non tutto questo è menzogna. Esiste però un’ampia zona grigia nella quale sincerità, omissione, convenzione e simulazione diventano difficili da separare. Alla domanda rituale «come stai?» rispondiamo spesso «bene» senza sottoporre l’interlocutore all’inventario delle nostre inquietudini.
Ma una società non potrebbe neppure reggersi sulla menzogna generalizzata. Qui emerge un secondo paradosso. La complessità della vita sociale richiede fiducia. Non possiamo controllare continuamente la veridicità di ogni informazione che riceviamo. Viviamo necessariamente sulla base dell’aspettativa che, almeno nella maggior parte dei casi, gli altri non ci ingannino. La bugia è possibile proprio perché esiste la fiducia. Il bugiardo utilizza, dunque, una risorsa sociale che contemporaneamente contribuisce a consumare. Il problema sociologico più importante non consiste allora nello stabilire semplicemente che gli esseri umani mentono. Occorre interrogarsi sulla distribuzione sociale delle conseguenze della menzogna. Non tutte le bugie sono equivalenti. La piccola simulazione utilizzata per non ferire un amico non produce gli stessi effetti della falsificazione deliberata di informazioni da parte di un governo, di un’impresa o di un’istituzione. La possibilità di mentire è forse universale; il potere della menzogna non lo è. Chi dispone di maggiore autorità, prestigio, risorse economiche o capacità comunicativa possiede anche maggiori possibilità di trasformare una propria rappresentazione della realtà in una realtà socialmente condivisa. La questione della menzogna incontra così quella del potere.
Il nostro tempo non ha inventato la bugia, ha però costruito dispositivi tecnologici capaci di moltiplicarne enormemente velocità, diffusione e pubblico. Una falsità può oggi raggiungere milioni di persone, essere riprodotta indefinitamente e continuare a circolare anche dopo essere stata smentita. Siamo animali che parlano e, proprio per questo, siamo animali che possono mentire. Ma siamo anche animali capaci di raccontare ciò che non esiste e soprattutto ciò che non esiste ancora. La stessa porta attraverso cui entra la menzogna è quella dalla quale entrano l’immaginazione, la letteratura, il progetto e l’utopia. Non possiamo chiuderla senza perdere qualcosa di essenziale della nostra umanità. Possiamo però imparare a riconoscere la differenza tra l’immaginazione che allarga il mondo e la menzogna che lo falsifica; tra l’invenzione dichiarata e l’inganno; e soprattutto tra la piccola bugia attraverso cui gli individui negoziano quotidianamente le proprie relazioni e quella che, sostenuta dal potere, pretende di diventare la verità degli altri.