Formare alla vita
Cita da Sergio D'angelo su 4 Giugno 2026, 7:15
Si susseguono, nelle ultime settimane, numerosi interventi sulle condizioni della Scuola italiana dopo l'approvazione delle Nuove indicazioni nazionali che orientano l'insegnamento in senso nozionistico, trasmissivo e con modalità autoritarie.
Nel dibattito, Sergio D'Angelo propone un suo recente articolo apparso nel libro Sguardi. L'attualità in questione per le edizioni Giuseppe Laterza, 2025.L’incertezza è una caratteristica costitutiva della nostra società. Pervade le istituzioni, il lavoro e l’economia, lo stato sociale, la politica, le religioni, i valori collettivi e personali, le nostre identità. Viviamo con un senso di precarietà ormai endemico che genera insicurezza e incapacità di progettare e attuare piani per il futuro. I giovani e i giovanissimi ne sono particolarmente colpiti. I tradizionali punti di riferimento per elaborare strategie di vita appaiono d’un tratto inservibili. Si pensi al lavoro con la sua incontrollabile deregolamentazione, ai legami affettivi e alle relazioni sociali sempre più deboli, allo spreco di risorse personali e collettive.
Le due principali agenzie educative, la famiglia e la scuola, soffrono una crisi di orientamento che le induce spesso al conflitto piuttosto che alla cooperazione. Agli adulti, genitori e insegnati, non di rado mancano possibilità e capacità di elaborare modelli educativi in grado di preparare alla vita le nuove generazioni. Incertezza e ambiguità non possono essere affrontate solo con spezzoni di discipline scolastiche variamente assortite e protocollate da dispostivi burocratici e ministeriali. Il rischio è di sfidare la radicale trasformazione del mondo in cui viviamo con la riproduzione di modelli educativi monotoni che alternano perlopiù divieti e obblighi, crediti e debiti formativi.
Il sistema scolastico potrebbe ripartire dal riconoscere la bellezza dell’apprendimento trasformativo, dalla cura del proprio sé che non è concepibile senza la cura dei propri discorsi e che non ha un’indole solitaria. Tutt’altro, l’esercizio della cura di sé è iscritto nella socialità della sfera pubblica. Ma cosa vuol dire potenziare le facoltà che permettano un buon uso della propria esistenza? Qualche esempio: reagire agli eventi imprevisti accrescendo le capacità di scelta e decisione; formulare ipotesi su come alcuni fatti sarebbero potuti andare diversamente rafforzando il ragionamento controfattuale; destreggiarsi tra discorsi di genere differente, passando da quello scientifico, letterario o filosofico a quello quotidiano; migliorare le abilità, sviluppando il proprio potenziale.
Michel Foucault ha mostrato quanto sia stato fondamentale nel mondo classico (greco-romano) la cura di sé, ossia l’uso della propria esistenza. Un punto decisivo è: prospettare quel che l’uomo può fare di sé stesso, anziché descrivere quel che l’uomo è. In definitiva, non si tratta di studiare, osservare, le proprie facoltà (percezione, memoria, immaginazione ecc.) quanto di servirsene attraverso un esercizio quotidiano. L’uso di sé ha il suo presupposto nella mancata aderenza dell’umano all’ambiente (carenza di istinti, neotenia, maldestrezza, incertezza) e nella costruzione di un mondo continuamente in divenire. L’uso della vita compare là dove la vita si presenta come un compito e come lo strumento che consente di assolvere questo compito.
L’educatore, insegnante o genitore, non può limitarsi alla sola trasmissione dei saperi espliciti ben strutturati nei programmi di studio. Il suo è oggi un compito ben più complesso, quello di delineare un orizzonte di senso in cui sia possibile tracciare un processo educativo aperto che adotti ipotesi esplicative che possano essere confermate o rivelarsi errate, comunque in grado di esplorare nuove possibilità. Non importa che l’ipotesi sia giusta (se ne possono sempre avanzare altre), quel che conta è ridurre l’ignoto e sorprendersi che si possa fare. E’ questo il nocciolo di un pensiero critico che riflettendo valuta le alternative.
La scuola dovrebbe essere un luogo di apprendimento non solo destinato al cambiamento, ma immerso nelle mutazioni quotidiane, stimolate dalle trasformazioni dell’apprendimento, in grado di fare dell’esperienza della vita una pratica di formazione imprevedibile e indeterminata. In definitiva, la scuola dovrebbe occuparsi di tutto ciò che è più vicino agli studenti, che sappia interrogarli sulle loro vite e non per assegnare loro voti di profitto (termine odioso in ambiente scolastico). Per riacquisire la sua autorevolezza, la scuola ha una sfida: riconoscere che la conoscenza è premio a sé, che non serve, o addirittura è dannosa, una supposta graduatoria di merito. Il merito divide, crea privilegi e porta con sé i germi dell’individualismo esasperato.
I giovani esibiscono spesso identità frammentate, a volte pericolosamente dissociate, messe in campo per fronteggiare situazioni, in presenza o virtuali, che richiedono l’adattamento a regole sociali differenti e talvolta contrastanti. E’ nell’esperienza dell’incontro con l’educatore che potranno costruire un proprio stile cognitivo e comportamentale che contrasti il disagio relazionale ed esistenziale. Disagio che rischia di trasformarsi spesso in dolore inconfessato.
Per tenere a bada l’incertezza e il disadattamento scuola e famiglia non possono che potenziare quelle facoltà che permettano alle nuove generazioni un buon uso della propria esistenza. Noi adulti di frequente raccontiamo quel che un giovane è o che dev’essere tralasciando quel che egli può fare di sé, della sua forma di vita. Forse con coraggio (virtù insolita nel nostro tempo) potremmo in-segnare ai nostri figli e studenti che apprendere dall’errore non è il ritorno a una presunta giusta via, è invece riconoscere che siamo umani perché esploriamo il possibile: né quello che il mondo è, né quello che dev’essere, ma come potrebbe essere altrimenti.

Si susseguono, nelle ultime settimane, numerosi interventi sulle condizioni della Scuola italiana dopo l'approvazione delle Nuove indicazioni nazionali che orientano l'insegnamento in senso nozionistico, trasmissivo e con modalità autoritarie.
Nel dibattito, Sergio D'Angelo propone un suo recente articolo apparso nel libro Sguardi. L'attualità in questione per le edizioni Giuseppe Laterza, 2025.
L’incertezza è una caratteristica costitutiva della nostra società. Pervade le istituzioni, il lavoro e l’economia, lo stato sociale, la politica, le religioni, i valori collettivi e personali, le nostre identità. Viviamo con un senso di precarietà ormai endemico che genera insicurezza e incapacità di progettare e attuare piani per il futuro. I giovani e i giovanissimi ne sono particolarmente colpiti. I tradizionali punti di riferimento per elaborare strategie di vita appaiono d’un tratto inservibili. Si pensi al lavoro con la sua incontrollabile deregolamentazione, ai legami affettivi e alle relazioni sociali sempre più deboli, allo spreco di risorse personali e collettive.
Le due principali agenzie educative, la famiglia e la scuola, soffrono una crisi di orientamento che le induce spesso al conflitto piuttosto che alla cooperazione. Agli adulti, genitori e insegnati, non di rado mancano possibilità e capacità di elaborare modelli educativi in grado di preparare alla vita le nuove generazioni. Incertezza e ambiguità non possono essere affrontate solo con spezzoni di discipline scolastiche variamente assortite e protocollate da dispostivi burocratici e ministeriali. Il rischio è di sfidare la radicale trasformazione del mondo in cui viviamo con la riproduzione di modelli educativi monotoni che alternano perlopiù divieti e obblighi, crediti e debiti formativi.
Il sistema scolastico potrebbe ripartire dal riconoscere la bellezza dell’apprendimento trasformativo, dalla cura del proprio sé che non è concepibile senza la cura dei propri discorsi e che non ha un’indole solitaria. Tutt’altro, l’esercizio della cura di sé è iscritto nella socialità della sfera pubblica. Ma cosa vuol dire potenziare le facoltà che permettano un buon uso della propria esistenza? Qualche esempio: reagire agli eventi imprevisti accrescendo le capacità di scelta e decisione; formulare ipotesi su come alcuni fatti sarebbero potuti andare diversamente rafforzando il ragionamento controfattuale; destreggiarsi tra discorsi di genere differente, passando da quello scientifico, letterario o filosofico a quello quotidiano; migliorare le abilità, sviluppando il proprio potenziale.
Michel Foucault ha mostrato quanto sia stato fondamentale nel mondo classico (greco-romano) la cura di sé, ossia l’uso della propria esistenza. Un punto decisivo è: prospettare quel che l’uomo può fare di sé stesso, anziché descrivere quel che l’uomo è. In definitiva, non si tratta di studiare, osservare, le proprie facoltà (percezione, memoria, immaginazione ecc.) quanto di servirsene attraverso un esercizio quotidiano. L’uso di sé ha il suo presupposto nella mancata aderenza dell’umano all’ambiente (carenza di istinti, neotenia, maldestrezza, incertezza) e nella costruzione di un mondo continuamente in divenire. L’uso della vita compare là dove la vita si presenta come un compito e come lo strumento che consente di assolvere questo compito.
L’educatore, insegnante o genitore, non può limitarsi alla sola trasmissione dei saperi espliciti ben strutturati nei programmi di studio. Il suo è oggi un compito ben più complesso, quello di delineare un orizzonte di senso in cui sia possibile tracciare un processo educativo aperto che adotti ipotesi esplicative che possano essere confermate o rivelarsi errate, comunque in grado di esplorare nuove possibilità. Non importa che l’ipotesi sia giusta (se ne possono sempre avanzare altre), quel che conta è ridurre l’ignoto e sorprendersi che si possa fare. E’ questo il nocciolo di un pensiero critico che riflettendo valuta le alternative.
La scuola dovrebbe essere un luogo di apprendimento non solo destinato al cambiamento, ma immerso nelle mutazioni quotidiane, stimolate dalle trasformazioni dell’apprendimento, in grado di fare dell’esperienza della vita una pratica di formazione imprevedibile e indeterminata. In definitiva, la scuola dovrebbe occuparsi di tutto ciò che è più vicino agli studenti, che sappia interrogarli sulle loro vite e non per assegnare loro voti di profitto (termine odioso in ambiente scolastico). Per riacquisire la sua autorevolezza, la scuola ha una sfida: riconoscere che la conoscenza è premio a sé, che non serve, o addirittura è dannosa, una supposta graduatoria di merito. Il merito divide, crea privilegi e porta con sé i germi dell’individualismo esasperato.
I giovani esibiscono spesso identità frammentate, a volte pericolosamente dissociate, messe in campo per fronteggiare situazioni, in presenza o virtuali, che richiedono l’adattamento a regole sociali differenti e talvolta contrastanti. E’ nell’esperienza dell’incontro con l’educatore che potranno costruire un proprio stile cognitivo e comportamentale che contrasti il disagio relazionale ed esistenziale. Disagio che rischia di trasformarsi spesso in dolore inconfessato.
Per tenere a bada l’incertezza e il disadattamento scuola e famiglia non possono che potenziare quelle facoltà che permettano alle nuove generazioni un buon uso della propria esistenza. Noi adulti di frequente raccontiamo quel che un giovane è o che dev’essere tralasciando quel che egli può fare di sé, della sua forma di vita. Forse con coraggio (virtù insolita nel nostro tempo) potremmo in-segnare ai nostri figli e studenti che apprendere dall’errore non è il ritorno a una presunta giusta via, è invece riconoscere che siamo umani perché esploriamo il possibile: né quello che il mondo è, né quello che dev’essere, ma come potrebbe essere altrimenti.