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La bicicletta ci salverà?
Cita da Guido Croci su 24 Marzo 2026, 19:18
L’articolo sostiene che la bicicletta, simbolo di semplicità ed equilibrio, può diventare un modello culturale ed etico per ripensare il progresso tecnico in chiave sostenibile, superando il mito della crescita illimitata e recuperando un rapporto più armonico con l’ambiente e con l’essenziale.
Raffaello Tullo: La bici rispetta, ama, accoglie/Non prevarica mai/È un amplificatore di bellezza/Non devi cercare parcheggio in mezzo a lamiere incandescenti/La bici porta in luoghi inimmaginabili, che puoi raggiungere solo con lei/La bici ti costringe a ridurre al minimo i bagagli/La bici ti riporta a te/Ti insegna ad eliminare il superfluo, a centralizzare l’essenziale (In: Agostino Picicco, Concatenati. Vite in bicicletta, Vita e Pensiero, 2024).
La bicicletta ci insegna a eliminare il superfluo, a fare tesoro dell’essenziale. Espressioni – quasi poetiche - che mi hanno immediatamente riportato alle parole di Serge Latouche, alla sua ardente ricetta della decrescita felice. Un ossimoro nel nostro mondo dove impera il binomio crescita=felicità. Thomas Kuhn ha osservato che in occasione della prima tappa di un progresso tecnico si scorge soltanto uno dei suoi aspetti. All’inizio delle ferrovie e delle navi a vapore si sono visti soltanto gli effetti negativi. Viceversa, per l’automobile, all’inizio si è colto soltanto l’aspetto positivo. Gli ingorghi, l’inquinamento dovuto ai gas di scappamento, gli incidenti stradali sono venuti dopo, quand’era troppo tardi per tornare indietro.
Ogni progresso tecnico ha un prezzo, e i suoi effetti benefici vanno di pari passo (sono inseparabili come i pappagallini di Hitchcock) con gli effetti funesti. Tante sono le sciagure ambientali, conseguenze dirette o indirette del progresso tecnico. La saggezza popolare lo attesta in modo semplice quanto efficace: Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. La modernità è come il colesterolo: c’è quello buono e quello cattivo. Ma il mito tecnologico, la credenza che l’uomo sia padrone e signore della natura continua a imperare. La tecnologia, peraltro, oramai va avanti da sola, non ha più bisogno del sostegno rigoroso ed etico di mamma-scienza. Una mamma, come tutte le mamme, anch’essa non obiettiva, non neutrale, ma dotata pur sempre di un potente pensiero riflessivo.
Possiamo immaginare di partire proprio dalla bicicletta come chiave di volta verso uno sviluppo economico e sociale rispettoso dell’eco-sistema? (Di più: il mondo della bicicletta è un fatto anche culturale: basti pensare al ruolo avuto all’indomani della seconda guerra mondiale, in un’Italia prostata; ruolo incarnato sul grande schermo da Ladri di biciclette di Vittorio de Sica; o, prima, come mezzo utilissimo per la resistenza partigiana).
Un tale auspicio, ha un qualche senso?

L’articolo sostiene che la bicicletta, simbolo di semplicità ed equilibrio, può diventare un modello culturale ed etico per ripensare il progresso tecnico in chiave sostenibile, superando il mito della crescita illimitata e recuperando un rapporto più armonico con l’ambiente e con l’essenziale.
Raffaello Tullo: La bici rispetta, ama, accoglie/Non prevarica mai/È un amplificatore di bellezza/Non devi cercare parcheggio in mezzo a lamiere incandescenti/La bici porta in luoghi inimmaginabili, che puoi raggiungere solo con lei/La bici ti costringe a ridurre al minimo i bagagli/La bici ti riporta a te/Ti insegna ad eliminare il superfluo, a centralizzare l’essenziale (In: Agostino Picicco, Concatenati. Vite in bicicletta, Vita e Pensiero, 2024).
La bicicletta ci insegna a eliminare il superfluo, a fare tesoro dell’essenziale. Espressioni – quasi poetiche - che mi hanno immediatamente riportato alle parole di Serge Latouche, alla sua ardente ricetta della decrescita felice. Un ossimoro nel nostro mondo dove impera il binomio crescita=felicità. Thomas Kuhn ha osservato che in occasione della prima tappa di un progresso tecnico si scorge soltanto uno dei suoi aspetti. All’inizio delle ferrovie e delle navi a vapore si sono visti soltanto gli effetti negativi. Viceversa, per l’automobile, all’inizio si è colto soltanto l’aspetto positivo. Gli ingorghi, l’inquinamento dovuto ai gas di scappamento, gli incidenti stradali sono venuti dopo, quand’era troppo tardi per tornare indietro.
Ogni progresso tecnico ha un prezzo, e i suoi effetti benefici vanno di pari passo (sono inseparabili come i pappagallini di Hitchcock) con gli effetti funesti. Tante sono le sciagure ambientali, conseguenze dirette o indirette del progresso tecnico. La saggezza popolare lo attesta in modo semplice quanto efficace: Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. La modernità è come il colesterolo: c’è quello buono e quello cattivo. Ma il mito tecnologico, la credenza che l’uomo sia padrone e signore della natura continua a imperare. La tecnologia, peraltro, oramai va avanti da sola, non ha più bisogno del sostegno rigoroso ed etico di mamma-scienza. Una mamma, come tutte le mamme, anch’essa non obiettiva, non neutrale, ma dotata pur sempre di un potente pensiero riflessivo.
Possiamo immaginare di partire proprio dalla bicicletta come chiave di volta verso uno sviluppo economico e sociale rispettoso dell’eco-sistema? (Di più: il mondo della bicicletta è un fatto anche culturale: basti pensare al ruolo avuto all’indomani della seconda guerra mondiale, in un’Italia prostata; ruolo incarnato sul grande schermo da Ladri di biciclette di Vittorio de Sica; o, prima, come mezzo utilissimo per la resistenza partigiana).
Un tale auspicio, ha un qualche senso?