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Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito. Il mio viaggiare È stato tutto un restare Qua, dove non fui mai.
Giorgio Caproni, Il franco cacciatore
Forse ai nostri giorni l'obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere.
Michel Foucault, Poteri e strategie
Mission

Il blog della rivista Transiti nasce qui: in questo spazio di passaggio. Non come luogo di sosta definitiva, ma come soglia. Uno spazio aperto in cui fermare gli sguardi, rallentare il pensiero, provare a dare forma alle domande che attraversano la società, la letteratura, il cinema.

Se la rivista in versione cartacea, con uscite quadrimestrali, pubblicata da Les Flâneurs Edizioni, si prende il tempo dell’approfondimento, della costruzione argomentata, della riflessione distesa, il blog ne sarà il laboratorio dinamico: un luogo di interventi brevi, recensioni, note critiche, dialoghi, anticipazioni. Uno spazio in cui le idee possono nascere, misurarsi, talvolta anche contraddirsi.

Transiti non è solo un titolo, è una condizione. Sono le trasformazioni del lavoro e delle identità, le migrazioni culturali, i mutamenti del linguaggio. Transiti sono le opere letterarie che rileggono il passato per interrogare il futuro.  Sono le immagini cinematografiche che raccontano le fratture e le possibilità del nostro tempo.

In un’epoca dominata da polarizzazioni e slogan, crediamo ancora nel valore dell’argomentazione, nel dubbio come metodo, nella critica come forma di responsabilità. Non per costruire élite culturali, ma per alimentare una comunità di lettori esigenti e consapevoli.

Questo blog non offrirà risposte definitive. Proverà piuttosto a formulare domande migliori. Perché attraversare il presente non significa subirlo, significa comprenderne le tensioni, riconoscerne i conflitti, immaginarne gli sviluppi.

Benvenuti in questo spazio di passaggio. Benvenuti nei Transiti del nostro tempo.

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Non è più un mondo per vecchi

Viviamo in un’epoca dove i giovani non hanno più bisogno dei vecchi, e dove della figura del maestro – un tempo centrale - la società non sa più che farsene.

Sabino Cassese nel suo Una volta il futuro era diverso. Lezioni per invertire la rotta (Solferino, 2021), offre nove consigli per le sorti dell’Italia. Tra questi nove, il quinto ha valore universale: “Scegliersi un maestro”. “Un maestro che sappia trasmettere un sapere, ma anche un saggio, che trasmetta un senso, una direzione”. Una guida da seguire, una persona, certamente, ma anche, o forse meglio, “una scuola, cioè un insegnante collettivo”. Una scuola di idee, di cui fidarci, capace di dare luce al buio che talvolta, spesso, ci circonda. Afferma ancora Cassese: “Una volta la vicinanza a un maestro e l’appartenenza a una scuola venivano ritenute condizioni indispensabili di formazione (…) Una tradizione che risale a Socrate”. Una tradizione che ha raggiunto il suo culmine nelle botteghe degli artisti rinascimentali.
Ma noi uomini post-moderni oramai non sappiamo che farcene della sapienza delle botteghe rinascimentali, immersi come siamo - grazie all’incessante sviluppo delle tecnologie applicate alla conoscenza - nell’epoca dell’eterno avvenire senza memoria. O meglio: grazie alla nostra incapacità di prevedere gli esiti della nostra infinita operosità, allo scollamento via via crescente tra noi e il mondo che produciamo (Marco Pacini, Fine, aut aut n. 388, 2020, pp. 106-116). Un’epoca, l’attuale, dove i giovani non hanno più bisogno dei vecchi, dove, anzi, questi sono vissuti come fardelli di cui la società non sa più che farsene. Dei vuoti, non a rendere, ma – letteralmente - a perdere.
Osserva Massimo Recalcati nel suo scritto “Il discorso del maestro” (aut aut, cit., pp. 50-60): “Il maestro è una parola e una figura in via di estinzione. Il suo tramonto coincide con l’imporsi di un linguaggio disossato, informatizzato, senza più rapporti con la vita, subordinato al feticismo delle cifre”; e ancora: “Nel tempo dell’orizzontalizzazione populistica dei saperi, questa parola suscita una sorta di allergia spontanea se non addirittura un dubbio di legittimità nel farne uso”.
Insomma: il mondo non è (più) un paese per vecchi. Nel romanzo di McCarthy e nel film omonimo dei fratelli Coen, lo sceriffo Bell osserva il mondo intorno e non lo riconosce più. Davanti a una violenza mai vista, impersonale, incomprensibile, non ha più strumenti per interpretare né per affrontare la realtà. Il suo universo di valori crolla; è cresciuto con un codice morale chiaro (bene vs male, ordine vs disordine, giustizia vs ingiustizia), ma ora quel codice sembra spazzato via dalla faccia della terra per sempre.
No, non è più un mondo per vecchi, il nostro. La memoria e l’esperienza non servono più per orientarsi; gli anziani non sono più una guida. In una società che privilegia produttività, velocità e innovazione, per i vecchi non c’è più posto. Sono diventati un peso inconsistente.