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Uomo in rivolta, complessità e tribù digitali
Cita da Guido Croci su 11 Aprile 2026, 16:26
I social creano identità chiuse all’insegna della semplificazione. Ma la complessità della vita moderna ha bisogno di letture del mondo altrettanto complesse.
I social creano gruppi chiusi, dove le opinioni diventano certezze, l’aggressività verbale cresce e, in definitiva, il mezzo crea identità chiuse. L’indignazione per un’ingiustizia o la difesa di un valore, manifestazioni certo da incoraggiare, si trasforma spesso in odio, intolleranza, giustizia sommaria. Le persone si raggruppano in schieramenti, il confronto, la discussione, saltano: si inizia a difendere la propria posizione e il proprio schieramento. La rivolta diviene identità di gruppo. Quando il conflitto cresce, l’altro non è più un avversario, un competitor, ma un nemico da mettere al bando, talvolta quasi non umano. Sui social questo meccanismo è evidente e si traduce in insulti, rancore, delegittimazione totale. Quando perdi il rispetto dell’altro, perdi anche il senso di giustizia. Camus direbbe: manca la misura, manca il limite, mancano dei confini morali. Il fine non può mai giustificare i mezzi.
La politica amplifica questo meccanismo: i messaggi sono sempre semplici e forti, perché funzionano meglio; sono assertivi, perché il dubbio non paga in termini di consenso; qualsiasi accenno alla complessità viene vissuto come un sintomo di debolezza o, peggio, d’incapacità, sia da chi lo emette che da chi lo riceve. Con il risultato che tutto diventa bianco o nero. Il grigio – forse il vero sale per tentare di comprendere l’enigma della modernità – si intravede all’orizzonte, ma nessuno sembra avere davvero voglia di raggiungerlo e farne tesoro. Con buona pace di Edgar Morin, che sapeva forse meglio di tutti quanto il mondo sia oggi complesso, fenomeno che, tuttavia, l’odierno dibattito riduce spesso a poco più di uno slogan.
Morin direbbe che i social semplificano il pensiero, eliminano le sfumature, favoriscono lo scontro (noi vs loro), separano invece di unire, quando invece sarebbe necessario tenere insieme punti di vista differenti, accettare le contraddizioni, evitare risposte facili. Esattamente il contrario di ciò che fa la logica algoritmica. Gli algoritmi dei social mostrano contenuti che piacciono, tengono incollati, provocano reazioni diverse (like, rabbia, commenti), cioè cercano attenzione immediata, mai “verità” o “complessità”. Una certa situazione o fatto è per forza colpa di X o di Y; e ti mostrano ripetutamente ciò con cui tu sei già d’accordo, facendoti entrare in una bolla mediatica tale e quale alla tela del ragno. Dove uscirne è tutt’altro che facile, seppure auspicabile, giacché la posta in gioco è la progressiva perdita della nostra capacità di compredere ciò che ci sta intorno.
Per gli algoritmi dei social la semplificazione è necessaria per funzionare al meglio; per il pensiero complesso la semplificazione non funziona affatto, perché per tentare di capire occorre, invece, “complicare”.

I social creano identità chiuse all’insegna della semplificazione. Ma la complessità della vita moderna ha bisogno di letture del mondo altrettanto complesse.
I social creano gruppi chiusi, dove le opinioni diventano certezze, l’aggressività verbale cresce e, in definitiva, il mezzo crea identità chiuse. L’indignazione per un’ingiustizia o la difesa di un valore, manifestazioni certo da incoraggiare, si trasforma spesso in odio, intolleranza, giustizia sommaria. Le persone si raggruppano in schieramenti, il confronto, la discussione, saltano: si inizia a difendere la propria posizione e il proprio schieramento. La rivolta diviene identità di gruppo. Quando il conflitto cresce, l’altro non è più un avversario, un competitor, ma un nemico da mettere al bando, talvolta quasi non umano. Sui social questo meccanismo è evidente e si traduce in insulti, rancore, delegittimazione totale. Quando perdi il rispetto dell’altro, perdi anche il senso di giustizia. Camus direbbe: manca la misura, manca il limite, mancano dei confini morali. Il fine non può mai giustificare i mezzi.
La politica amplifica questo meccanismo: i messaggi sono sempre semplici e forti, perché funzionano meglio; sono assertivi, perché il dubbio non paga in termini di consenso; qualsiasi accenno alla complessità viene vissuto come un sintomo di debolezza o, peggio, d’incapacità, sia da chi lo emette che da chi lo riceve. Con il risultato che tutto diventa bianco o nero. Il grigio – forse il vero sale per tentare di comprendere l’enigma della modernità – si intravede all’orizzonte, ma nessuno sembra avere davvero voglia di raggiungerlo e farne tesoro. Con buona pace di Edgar Morin, che sapeva forse meglio di tutti quanto il mondo sia oggi complesso, fenomeno che, tuttavia, l’odierno dibattito riduce spesso a poco più di uno slogan.
Morin direbbe che i social semplificano il pensiero, eliminano le sfumature, favoriscono lo scontro (noi vs loro), separano invece di unire, quando invece sarebbe necessario tenere insieme punti di vista differenti, accettare le contraddizioni, evitare risposte facili. Esattamente il contrario di ciò che fa la logica algoritmica. Gli algoritmi dei social mostrano contenuti che piacciono, tengono incollati, provocano reazioni diverse (like, rabbia, commenti), cioè cercano attenzione immediata, mai “verità” o “complessità”. Una certa situazione o fatto è per forza colpa di X o di Y; e ti mostrano ripetutamente ciò con cui tu sei già d’accordo, facendoti entrare in una bolla mediatica tale e quale alla tela del ragno. Dove uscirne è tutt’altro che facile, seppure auspicabile, giacché la posta in gioco è la progressiva perdita della nostra capacità di compredere ciò che ci sta intorno.
Per gli algoritmi dei social la semplificazione è necessaria per funzionare al meglio; per il pensiero complesso la semplificazione non funziona affatto, perché per tentare di capire occorre, invece, “complicare”.