Il lavoro che non c’è
Per quanto ancora saremo una Repubblica fondata sul lavoro, in un mondo dove il lavoro non c’è più?
Il mondo ha appena festeggiato il 1° maggio. Un mondo dove gli esseri umani competono con le macchine una partita dagli incerti risultati. Due fronti sono da tempo scesi in campo (Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, 2018).
Sul primo fronte, gli integrati sostengono che invece di competere con l’IA, gli umani dovrebbero metterne completamente a frutto le potenzialità. Per es., la sostituzione dei piloti con i droni ha eliminato alcuni posti di lavoro, ma ha creato nuove opportunità. Posti di lavoro si perdono, altri ne nascono. Il mercato del lavoro del 2050 potrebbe, dunque, essere caratterizzato da una stretta cooperazione uomo-IA. Sul secondo, gli apocalittici osservano che tutte le nuove professioni esigono competenze di livello elevato e dunque nel 2050 chi perde un lavoro poco qualificato difficilmente sarà in grado di trovarne uno nuovo nelle professioni future, perché non sarà in possesso delle necessarie competenze. Si avrà così una doppia impasse: sia la disoccupazione data dall’automazione spinta che la mancanza di lavoratori qualificati. Inoltre – notano gli apocalittici – nessuna professione sarà mai al riparo dalle future minacce, poiché il learning machine, la capacità di apprendere delle macchine, è in continua evoluzione.
Se hanno ragione gli apocalittici, ne consegue che presto assisteremo alla nascita di quella che Harari chiama la classe degli individui inutili: anche se riusciremo a creare nuovi posti di lavoro – tanti quanti se ne perdono, il che appare assai improbabile – e, nel contempo, a riqualificare continuamente la forza lavoro, gli esseri umani difficilmente potranno resistere emotivamente al turbinio di una vita costellata di repentini mutamenti.
Gli esseri umani hanno da sempre due tipi di abilità: le abilità fisiche e quelle cognitive. In passato le macchine erano in competizione con noi nelle prime, mentre mantenevamo un indubbio vantaggio nelle facoltà cognitive: capacità di apprendimento, di analisi, competenze comunicative, intelligenza emotiva, empatia. Ora, però, l’IA sta invadendo il nostro campo e inizia a superare le prestazioni umane in un numero crescente di ambiti: nei sistemi di apprendimento e di tutoraggio intelligente, nel settore della pianificazione e gestione finanziaria, nelle analisi di dati complessi applicati ai sistemi di cura, all’elaborazione di diagnosi e trattamenti sanitari, nelle simulazioni di combattimento aereo, nella creazione a richiesta di testi originali. L’intelligenza artificiale sta persino imparando a ragionare. Non si limita più a rispondere in modo veloce, ma si ferma, riflette, analizza e capisce il contesto, ed è dunque in grado di correggersi. Così facendo, è in grado di restituire la risposta più adatta a chi ha di fronte, proprio come facciamo noi.
Per quanto ancora saremo una Repubblica fondata sul lavoro, in un mondo dove il lavoro non c’è più?