Imperfetti ma autentici: valorizziamo le nostre crepe
Accogliere i nostri errori può diventare un atto di libertà in un tempo che ci chiede di essere impeccabili.
Siamo davvero così perfetti?
Ognuno di noi custodisce in sé un curioso “no” a questa domanda, che per quanto scomodo ci solletica lo stomaco.
Oggi, dove la performance, i filtri e il “tutto possibile” rendono così affascinante la nostra vita, l’errore è diventato quasi un tabù. Questa nostra società ci chiede di conformarci a copioni, binari rigidi e tappe prestabilite, annullando possibili sbavature di imperfezione per rincorrere quadri perfetti e per questo impossibili.
Succede allora che ci vergogniamo persino se sbagliamo strada, se un progetto fallisce, se prendiamo un brutto voto a un esame o se semplicemente non riusciamo a stare alla stessa velocità di tutti.
Eppure, se lo sguardassimo con gli occhi ingenui e liberi da ogni retorica, l’errore sarebbe la forza motrice della nostra unicità. Sono proprio i nostri tratti più imperfetti a disegnare mappe identitarie uniche e diverse. I nostri giovani oggi nel loro gergo così affascinante direbbero che abbiamo imparato a “flexare”, vale a dire a ostentare con orgoglio un oggetto, un traguardo, una qualità personale o addirittura vite apparentemente perfette.
Dunque, cosa succederebbe se smettessimo di nascondere le nostre crepe e iniziassimo, invece, a riempirle d’oro?
Prendiamo esempio dall’arte giapponese del Kintsugi: mostriamo le nostre crepe senza vergogna, valorizziamole e cospargiamole d’oro per trasformarle in segni di bellezza, memoria e rinascita. Abbracciare l’errore significa smettere di pretendere di essere la versione più aggiornata e completa di noi stessi in ogni occasione.
Viviamo in una sorta di cortocircuito. Mentre l’ansia da prestazione blocca, spaventa e intrappola l’uomo nel giudizio, d’altro canto la tecnologia fa dei suoi silenziosi “bug” e “crash” il carburante dell’avanzamento. Ogni volta che un sistema si inceppa, che un algoritmo devia, che un software si arresta, è una mente umana a intervenire, a ricucire, a rimettere in moto ciò.
Tuttavia, non c’è scoperta senza errore. La nostra stessa conoscenza progredisce, come afferma il filosofo Karl Popper, «per tentativi ed errori». Allora, se ci priviamo della libertà di sbagliare, ci priviamo anche della possibilità di scoprire fin dove possiamo arrivare e quali risorse inaspettate possediamo. Dal cinema di Sorrentino e Almodovar alla letteratura di Italo Calvino ed Emily Dickinson, alla scienza di Fleming ed Einstein, una verità rimane sempre e comunque: ciò che chiamiamo errore è la chiave di volta di nuovi mondi e orizzonti.
In conclusione, basta un gesto semplice per godere della nostra unicità e autenticità: non accontentarsi di flexare vite improbabili.