L’università tra cultura e lavoro
Che futuro aspetta le università tradizionali al tempo delle università telematiche?
Se uno è bravo o ha davvero voglia di studiare, può farlo in un’aula, penzoloni al lampadario della camera da letto oppure on-line, non fa differenza: va comunque avanti. Eviterei particolari perplessità in merito all’efficacia della didattica a distanza. La questione qui in gioco riguarda, invece, la cultura nella sua accezione di progresso, di civiltà. Cultura significa arricchimento, conquista, avanzamento nel processo di civilizzazione, il che implica indipendenza e libertà (Tommaso Montanari), elaborazione e difesa di un pensiero riflessivo, anche critico; il che implica anche che l’università non può essere vista come un’impresa tout court perché è una comunità di apprendimento, un’istituzione che ha il compito di assicurare la crescita del capitale sociale in termini di conoscenze, abilità e consapevolezze (Nicola da Neckir). La ricerca della conoscenza, la costruzione dei saperi, la formazione delle generazioni, non sono merci al servizio esclusivo del sistema economico. L’università non può appiattirsi sul mercato, e non per il bene dell’università, ma per quello dei stessi giovani, e soprattutto nell’interesse del Paese. E allora che futuro aspetta le università tradizionali al tempo delle università telematiche? Adattarsi, innovarsi o rimanere fedeli a se stesse?
Da secoli le istituzioni universitarie custodiscono la memoria delle idee e delle azioni umane e, nel contempo, da secoli costruiscono il futuro di quelle stesse idee e azioni; il futuro passa dalle loro aule, dai loro laboratori e dalla loro capacità di ispirare e motivare i giovani di oggi a diventare i leader, gli scienziati, i pensatori, la classe dirigente di domani. E anche – dobbiamo ricordarlo – dei buoni cittadini di domani. Ma forse oggi non basta. Troppa è la legittima voglia dei tanti, giovani e meno giovani, di farsi chiamare dottore in ufficio. Ma è sufficiente per metterle sullo stesso piano di quelle tradizionali? Non stiamo parlando di piano alto e basso. Stiamo parlando di piani differenti, di finalità diverse. Che le università telematiche continuino a operare per il mondo del lavoro – compito che svolgono in modo eccellente; che le università pubbliche lo facciano, con altrettanta determinazione, a vantaggio dell’intera collettività.
L’università non può guardare esclusivamente al mondo del lavoro, perché è anche fucina di idee, innovazione e cultura, appunto. Da sempre, ma a maggior ragione in un’epoca quale la nostra caratterizzata da profonde trasformazioni tecnologiche e sociali. Conseguentemente, la sua missione non è soltanto quella di preparare ottimi professionisti, ma anche di formare una generazione capace di affrontare le sfide globali con coscienza, etica e visione. Perché ciò sia possibile, dobbiamo garantire che l’istruzione universitaria rimanga accessibile ai più, rilevante e orientata sia al lavoro che al bene comune.