Il Dissing e la comunicazione moderna.
Il dissing non è una moda nata con i social, ma una forma antica di confronto pubblico che oggi, nell'era digitale, è diventata soprattutto uno strumento di intrattenimento, visibilità e marketing.
Fino a ieri, se avevi un problema con qualcuno, avevi tre opzioni: parlarne civilmente, ignorarlo, o nella peggiore delle ipotesi finire a scazzottarsi. Soluzione, ovviamente, sempre sconsigliata. Oggi no. Oggi prendi un microfono, apri TikTok, scrivi rime taglienti su una base trap e aspetti che l’algoritmo faccia il suo lavoro. Il dissing – dall’inglese to diss, ovvero mancare di rispetto – sembra la moda del momento. L’abbiamo visto monopolizzare il web con lo scontro epico e globale tra Kendrick Lamar e Drake (rapper di fama internazionale), e a livello locale con la saga nostrana tra Tony Effe e Fedez. Ma siamo davvero di fronte a un trend passeggero per Generazione Z annoiata, o stiamo semplicemente osservando una forma antichissima di comunicazione adattata all’era del 5G?
Spoiler: lo abbiamo sempre fatto.
Chi pensa che insultarsi pubblicamente a colpi di rime sia un’invenzione dei trapper, cresciuti a pane e social network, commette un grosso errore storico. Il dissing ha radici profonde quanto l’umanità stessa. Cambiano solo i palchi e i costumi di scena. Se facciamo un salto indietro, scopriamo che i più grandi “trapper” della storia indossavano la tunica. Partiamo dall’antica Roma, non possiamo non ricordare Cicerone con le sue Filippiche contro Marco Antonio. Queste erano veri e propri dissing politici pensati per distruggere la reputazione dell’avversario davanti al “pubblico” del Senato. Nel Medioevo, i poeti si lanciavano frecciatine che a confronto i rapper di oggi sembrano chierichetti. Dante Alighieri e Forese Donati si sono scambiati una serie di sonetti offensivi (la famosa Tenzone) in cui si accusavano a vicenda di povertà, difetti fisici e scarsa moralità. Tra il quinto e il sedicesimo secolo, in Inghilterra andava di moda il flyting, una competizione rituale in cui due sfidanti si scambiavano insulti poetici intensi. Chi perdeva pagava da bere. Insomma, dalle strade del Bronx degli anni ’70 – dove i pionieri dell’hip hop trasformavano la violenza fisica in strofe musicali per decretare chi fosse il re del quartiere – fino ai salotti letterari, il format è sempre lo stesso: umiliare pubblicamente il rivale usando l’intelletto come arma.
Perché ci piacciono i dissing ?
Il successo del dissing si basa su un meccanismo vecchio come il mondo: il bisogno umano di tribalismo e allo stesso tempo di intrattenimento. Guardare due celebrità che si “dissano” soddisfa lo stesso identico istinto che spingeva i romani al Colosseo: vedere lo scontro senza rischiare la pelle in prima persona. Tuttavia, nell’era digitale le regole del gioco si sono evolute in modo cinico. Una volta il dissing serviva a stabilire una gerarchia di talento. Oggi è un’eccezionale operazione di marketing simbiotico. Quando due personaggi pubblici si scontrano, non si stanno distruggendo: si stanno alimentando a vicenda. Il dissing genera fazioni, spinge gli utenti a commentare, creare meme, analizzare i testi riga per riga su YouTube. In poche parole: monetizza il conflitto.
Evoluzione o regressione della comunicazione?
Quindi, il dissing è la nuova frontiera della comunicazione? In un certo senso, sì. È la risposta perfetta a un mondo che ha una soglia dell’attenzione ridotta a pochi secondi. Un comunicato stampa di smentita scritto da uno studio legale non lo legge nessuno; una traccia audio di tre minuti con un ritmo ipnotico e tre dettagli scottanti sulla vita privata dell’ex amico diventa l’evento culturale della settimana. È l’evoluzione della retorica adattata ai tempi di TikTok: immediata, viscerale, multimediale. Il rischio reale, però, è che dietro i giochi di parole e le basi accattivanti si nasconda una totale pigrizia comunicativa, dove l’insulto personale sostituisce definitivamente il dibattito d’idee. Ciononostante, non possiamo fare a meno di ascoltare. Perché, ammettiamolo, mentre la sociologia analizza e gli storici paragonano Tony Effe a Dante Alighieri (con le dovute, enormi, distanze), noi siamo tutti lì, con le cuffie nelle orecchie, ad aspettare la prossima barra.