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Foucault: il pensiero come arte di non lasciarsi condurre
Quote from Sergio D'angelo on 10 October 2026, 10:24
Per Michel Foucault, di cui il 15 ottobre prossimo ricorre il centenario della nascita, la critica è "l'arte di un’insubordinazione volontaria e un’indocilità riflessiva" che si esercita con la cura del sé, ossia attraverso il rapporto con i discorsi: con ciò che si ascolta, si legge, si scrive e si dice.
Dedico questa breve riflessione ai giovani della generazione Zeta
Il prossimo 15 ottobre è il centenario della nascita di Michel Foucault. Si è soliti ricordarlo come il filosofo del potere onnipresente, quello che avrebbe mostrato come ogni angolo dell'esistenza sia già catturato da una rete di dominio. È una lettura frequente ma forse anche fuorviante. Più che il potere in senso stretto, a Michel Foucault interessa la condotta: il modo in cui gli esseri umani vengono guidati, si lasciano guidare e imparano a guidare sé stessi. Il potere non si limita a reprimere, ma produce. Fabbrica soggetti, abitudini, desideri e persino le “verità” su di noi (il malato, il folle, il delinquente) che finiamo per sentire come naturali. Le sue genealogie servono a mostrare che ciò che crediamo di essere da sempre ha una storia, e che dunque non è necessario.
Il 27 maggio 1978, Foucault tenne una conferenza alla Société francaise de philosophie intitolata Che cos’è la critica? Qui usò l’espressione, divenuta celebre, « La critique, ce sara l’art de l’inservitude volontaire, celui de l’indocilité réfléchie » (La critica sarà l’arte di un’insubordinazione volontaria e un’indocilità riflessiva), giocando con la celebre servitù volontaria di La Boétie. Le due parole tengono insieme ciò che di solito separiamo. Volontaria, perché non è obbedienza subita né rivolta cieca, ma un atto di libertà esercitato consapevolmente. Riflessiva, perché non è ribellismo istintivo: chiede studio, memoria storica, discernimento. Colpisce soprattutto la misura della richiesta. Foucault non sogna di non essere governati affatto, utopia che non gli appartiene. Dice: non così, non a questo prezzo. È una critica di precisione, che non abbatte l'edificio ma ne sposta le pareti, rendendo contingente ciò che si presenta come inevitabile.
La libertà, dunque, non è per Foucault uno stato originario da riconquistare, ma una pratica che si esercita entro le condizioni in cui viviamo. La critica non giudica dall'alto come un tribunale: esplora i limiti, chiedendosi quanto di ciò che ci viene presentato come necessario sia in realtà il risultato di scelte storiche, e perciò possa essere attraversato. Una libertà così intesa richiede però un lavoro su di sé, ed è qui che l'ultimo Foucault completa il precedente. Negli anni Ottanta riscopre nel mondo greco-romano la cura di sé, una pratica che si può apprendere e coltivare. Non nell'interiorità, come saremmo portati a credere, Ascoltare è già un'arte: il discorso vero va trattenuto, ruminato, trasformato in nutrimento e in equipaggiamento pronto all'uso nelle circostanze della vita, mentre l'ascolto vano e curioso disperde. Scrivere, tenendo taccuini di appunti e citazioni o scambiando lettere, serve a fare propri i discorsi altrui, a costruirsi attraverso ciò che si è raccolto. Non è la confessione di stampo cristiano, che scava alla ricerca di una verità nascosta di sé, ma un lavoro di appropriazione. Dire, infine, significa parlare con franchezza e a proprio rischio, senza la retorica che adula: è la parresia, il coraggio del vero che lega la cura di sé alla cura degli altri e che permette, all'occorrenza, di contraddire chi comanda.
Così il cerchio si chiude. Se la critica è l'arte di non essere governati così, la cura dei discorsi ne è l'addestramento quotidiano: scegliere che cosa ascoltare, con quali parole pensarsi, quali verità far diventare condotta. Una soggettività capace di indocilità riflessiva non nasce da un gesto eroico, ma dall'abitudine paziente di vigilare sul modo in cui i discorsi la attraversano.
Oggi, in un'epoca di algoritmi che orientano le scelte, di valutazione permanente e di individui spinti a farsi imprenditori di se stessi, questa lezione suona quasi come un programma. Governati lo siamo sempre, e spesso con il nostro consenso. La domanda foucaultiana non è come uscirne del tutto, ma se, caso per caso, vogliamo continuare a esserlo in questo modo e a questo prezzo.

Per Michel Foucault, di cui il 15 ottobre prossimo ricorre il centenario della nascita, la critica è "l'arte di un’insubordinazione volontaria e un’indocilità riflessiva" che si esercita con la cura del sé, ossia attraverso il rapporto con i discorsi: con ciò che si ascolta, si legge, si scrive e si dice.
Dedico questa breve riflessione ai giovani della generazione Zeta
Il prossimo 15 ottobre è il centenario della nascita di Michel Foucault. Si è soliti ricordarlo come il filosofo del potere onnipresente, quello che avrebbe mostrato come ogni angolo dell'esistenza sia già catturato da una rete di dominio. È una lettura frequente ma forse anche fuorviante. Più che il potere in senso stretto, a Michel Foucault interessa la condotta: il modo in cui gli esseri umani vengono guidati, si lasciano guidare e imparano a guidare sé stessi. Il potere non si limita a reprimere, ma produce. Fabbrica soggetti, abitudini, desideri e persino le “verità” su di noi (il malato, il folle, il delinquente) che finiamo per sentire come naturali. Le sue genealogie servono a mostrare che ciò che crediamo di essere da sempre ha una storia, e che dunque non è necessario.
Il 27 maggio 1978, Foucault tenne una conferenza alla Société francaise de philosophie intitolata Che cos’è la critica? Qui usò l’espressione, divenuta celebre, « La critique, ce sara l’art de l’inservitude volontaire, celui de l’indocilité réfléchie » (La critica sarà l’arte di un’insubordinazione volontaria e un’indocilità riflessiva), giocando con la celebre servitù volontaria di La Boétie. Le due parole tengono insieme ciò che di solito separiamo. Volontaria, perché non è obbedienza subita né rivolta cieca, ma un atto di libertà esercitato consapevolmente. Riflessiva, perché non è ribellismo istintivo: chiede studio, memoria storica, discernimento. Colpisce soprattutto la misura della richiesta. Foucault non sogna di non essere governati affatto, utopia che non gli appartiene. Dice: non così, non a questo prezzo. È una critica di precisione, che non abbatte l'edificio ma ne sposta le pareti, rendendo contingente ciò che si presenta come inevitabile.
La libertà, dunque, non è per Foucault uno stato originario da riconquistare, ma una pratica che si esercita entro le condizioni in cui viviamo. La critica non giudica dall'alto come un tribunale: esplora i limiti, chiedendosi quanto di ciò che ci viene presentato come necessario sia in realtà il risultato di scelte storiche, e perciò possa essere attraversato. Una libertà così intesa richiede però un lavoro su di sé, ed è qui che l'ultimo Foucault completa il precedente. Negli anni Ottanta riscopre nel mondo greco-romano la cura di sé, una pratica che si può apprendere e coltivare. Non nell'interiorità, come saremmo portati a credere, Ascoltare è già un'arte: il discorso vero va trattenuto, ruminato, trasformato in nutrimento e in equipaggiamento pronto all'uso nelle circostanze della vita, mentre l'ascolto vano e curioso disperde. Scrivere, tenendo taccuini di appunti e citazioni o scambiando lettere, serve a fare propri i discorsi altrui, a costruirsi attraverso ciò che si è raccolto. Non è la confessione di stampo cristiano, che scava alla ricerca di una verità nascosta di sé, ma un lavoro di appropriazione. Dire, infine, significa parlare con franchezza e a proprio rischio, senza la retorica che adula: è la parresia, il coraggio del vero che lega la cura di sé alla cura degli altri e che permette, all'occorrenza, di contraddire chi comanda.
Così il cerchio si chiude. Se la critica è l'arte di non essere governati così, la cura dei discorsi ne è l'addestramento quotidiano: scegliere che cosa ascoltare, con quali parole pensarsi, quali verità far diventare condotta. Una soggettività capace di indocilità riflessiva non nasce da un gesto eroico, ma dall'abitudine paziente di vigilare sul modo in cui i discorsi la attraversano.
Oggi, in un'epoca di algoritmi che orientano le scelte, di valutazione permanente e di individui spinti a farsi imprenditori di se stessi, questa lezione suona quasi come un programma. Governati lo siamo sempre, e spesso con il nostro consenso. La domanda foucaultiana non è come uscirne del tutto, ma se, caso per caso, vogliamo continuare a esserlo in questo modo e a questo prezzo.
Quote from Silvia Fuso on 10 October 2026, 16:57Da questo articolo emerge quanto le intuizioni di Michel Foucault siano sorprendentemente attuali e vive a cento anni dalla sua nascita. In questa nostra complessità tardo-moderna, segnata da frenesia, flussi continui, algoritmi e performance, il suo insegnamento si rivela una mappa preziosa da tenere ben a vista per aiutarci a ritrovare noi stessi e la nostra autonomia. Per la Generazione Z, nata e cresciuta dentro questo immenso villaggio iperconnesso, la sfida è ancora più profonda, dal momento che l'accesso istantaneo a una miriade di risposte e beni rischia di spegnere ogni curiosità e desiderio. Oggi, dove anche il millesimo di secondo per fermarsi ci viene rubato da una notifica, recuperare la propria direzione risulta un esercizio difficile e scomodo, che esige consapevolezza e coraggio. Ed è proprio in questa scomodità che risiede il senso della lezione foucaultiana. Come ci insegna il filosofo, per proteggere la nostra autenticità è necessario considerare la cura di sé e la parresia come impegni quotidiani, intimi e responsabili. Ma fino a che punto siamo davvero disposti a farlo? Sarebbe forse rivoluzionario spogliarci dall'essere vele spinte dal vento momentaneo, per tornare a essere scintille di un fuoco capace di custodire la nostra storia.
Da questo articolo emerge quanto le intuizioni di Michel Foucault siano sorprendentemente attuali e vive a cento anni dalla sua nascita. In questa nostra complessità tardo-moderna, segnata da frenesia, flussi continui, algoritmi e performance, il suo insegnamento si rivela una mappa preziosa da tenere ben a vista per aiutarci a ritrovare noi stessi e la nostra autonomia. Per la Generazione Z, nata e cresciuta dentro questo immenso villaggio iperconnesso, la sfida è ancora più profonda, dal momento che l'accesso istantaneo a una miriade di risposte e beni rischia di spegnere ogni curiosità e desiderio. Oggi, dove anche il millesimo di secondo per fermarsi ci viene rubato da una notifica, recuperare la propria direzione risulta un esercizio difficile e scomodo, che esige consapevolezza e coraggio. Ed è proprio in questa scomodità che risiede il senso della lezione foucaultiana. Come ci insegna il filosofo, per proteggere la nostra autenticità è necessario considerare la cura di sé e la parresia come impegni quotidiani, intimi e responsabili. Ma fino a che punto siamo davvero disposti a farlo? Sarebbe forse rivoluzionario spogliarci dall'essere vele spinte dal vento momentaneo, per tornare a essere scintille di un fuoco capace di custodire la nostra storia.