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Forse ai nostri giorni l'obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere.
Michel Foucault, Poteri e strategie
Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito. Il mio viaggiare È stato tutto un restare Qua, dove non fui mai.
Giorgio Caproni, Il franco cacciatore
Mission

Il blog della rivista Transiti nasce qui: in questo spazio di passaggio. Non come luogo di sosta definitiva, ma come soglia. Uno spazio aperto in cui fermare gli sguardi, rallentare il pensiero, provare a dare forma alle domande che attraversano la società, la letteratura, il cinema.

Se la rivista in versione cartacea, con uscite quadrimestrali, pubblicata da Les Flâneurs Edizioni, si prende il tempo dell’approfondimento, della costruzione argomentata, della riflessione distesa, il blog ne sarà il laboratorio dinamico: un luogo di interventi brevi, recensioni, note critiche, dialoghi, anticipazioni. Uno spazio in cui le idee possono nascere, misurarsi, talvolta anche contraddirsi.

Transiti non è solo un titolo, è una condizione. Sono le trasformazioni del lavoro e delle identità, le migrazioni culturali, i mutamenti del linguaggio. Transiti sono le opere letterarie che rileggono il passato per interrogare il futuro.  Sono le immagini cinematografiche che raccontano le fratture e le possibilità del nostro tempo.

In un’epoca dominata da polarizzazioni e slogan, crediamo ancora nel valore dell’argomentazione, nel dubbio come metodo, nella critica come forma di responsabilità. Non per costruire élite culturali, ma per alimentare una comunità di lettori esigenti e consapevoli.

Questo blog non offrirà risposte definitive. Proverà piuttosto a formulare domande migliori. Perché attraversare il presente non significa subirlo, significa comprenderne le tensioni, riconoscerne i conflitti, immaginarne gli sviluppi.

Benvenuti in questo spazio di passaggio. Benvenuti nei Transiti del nostro tempo.

L’insostenibile leggerezza della sostenibilità

30 Marzo 2026 - Società

Sviluppo sostenibile è un concetto fuorviante, quasi un ossimoro, giacché accosta due termini in forte antitesi. Così facendo, nascondiamo l’intima insostenibilità di quella paventata sostenibilità.

Per non pochi aspetti viviamo all’insegna della sostenibilità. In un mondo che qualifichiamo come sostenibile in tante sue diverse espressioni. Parliamo di sviluppo sostenibile, economia sostenibile, politica sostenibile, welfare sostenibile, sanità sostenibile, relazioni sostenibili, persino di vacanze sostenibili. Ne parliamo talvolta con leggerezza, incuranti di quale pesantezza racchiude, invece, quell’espressione se solo pensassimo sul serio a cosa comporterebbe affrontare a muso duro le tematiche legate allo sviluppo e alla sua sostenibilità in termini sia di obiettivi che di comportamenti.
Prendiamo un concetto che va per la maggiore, quello di sviluppo sostenibile. Ebbene: è un concetto fuorviante; in realtà, è un ossimoro, giacché accosta, se non proprio due termini di senso contrario: sviluppo e sostenibile, quanto meno due termini in forte antitesi. Sviluppo, infatti, presuppone aumento, potenziamento, espansione, ampliamento, incremento, crescita indefinita. Presuppone un moto, di per sé, inarrestabile, incontenibile, irreversibile. Sostenibile, invece, è termine legato a doppio filo con il possibile, il plausibile, soprattutto con il ragionevole. Ma cosa c’è di ragionevole nella nostra idea di sviluppo, edificata, di fatto, sulle fondamenta della distruzione degli ecosistemi e delle culture urbane e comunitarie?
Lo sviluppo – se accettiamo quanto abbiamo prima affermato – è, dunque, un processo irragionevole, dissennato, avventato; e nulla ha a che fare con un criterio che si vorrebbe, invece, logico, ragionevole, sostenibile, appunto, in quanto umanamente fondato. Insomma: non c’è modo di legare favorevolmente i due costrutti: sviluppo e sostenibile. O c’è l’uno o c’è altro. Non funziona neppure l’idea di alcuni che hanno voluto invertire i termini, auspicando la necessità non di sviluppare in modo sostenibile, ma di sviluppare la sostenibilità, giacché non mi pare che il risultato finale cambi. Aumentare il grado di sostenibilità dei processi di sviluppo, infatti, è ciò che di fatto si sta già da tempo facendo, ma equivale a rallentarli, non certo a bloccarli. Con la leggerezza di cui ammantiamo il concetto di sostenibilità cerchiamo, al dunque, una sorta di terza via, che in qualche modo renda ragione sia della strada dello sviluppo – di per sé però processo indefinito – sia di fare in modo che questa stessa strada non si risolva, tuttavia, nella distruzione del mondo. In realtà, tappiamo dei buchi, prolunghiamo la nostra permanenza accanto a un universo agonizzante. Posticipiamo la sua fine, che, però – se non invertiamo la rotta – prima o poi, immancabilmente, arriverà.
Insomma: ricorriamo alla leggerezza della sostenibilità, nascondendo, al dunque, la sua intima insostenibilità.

Guido Croci

Sociologo - numero di articoli pubblicati : 24

Guido Croci

Sociologo, ha lavorato per oltre trent’anni nel sistema universitario. Attualmente scrive anche su Primo Piano, rivista on-line di attualità, politica e cultura e tiene un corso di Sociologia generale presso l’Università della Terza Età di Trani. Dal 2002 al 2024 ha pubblicato dieci romanzi.

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