Ma il mondo come è fatto?
Il mondo è tondo e compatto, noi l’abbiamo suddiviso in tanti pezzi (discipline) per interpretarlo in qualche modo, ma non sappiamo se lui sia d’accordo. Lui, forse, ride di noi.
Ieri notte ripensavo a cosa avevo fatto quel giorno: avevo letto alcune pagine d’un libro di storia, avevo visto una trasmissione sul perché la scienza non è né neutrale né infallibile, avevo ripreso in mano un vecchio libro di geografia per ricordare dove fosse la città di Kolkata, avevo visto un dibattito di politica. Mentre ripensavo a tutto questo, mi sono chiesto: ma il mondo come è fatto? Il mondo, in sé e per sé, conosce la storia, la geografia, la scienza politica, la matematica, la filosofia? Tutte queste nostre divisioni, questo nostro continuo frantumare le cose del mondo rispondono a una sua naturale divisione? Prendiamo semplicemente atto di come è fatto il mondo o, invece, la mano è nostra?
Allora ho pensato che il mondo ci guarda e ride di queste nostre divisioni, di questo prenderlo e suddividerlo in porzioni, come se fosse una torta Biancaneve, mentre lui, invece, è bello compatto come una forma di pecorino romano, e allegramente resiste a qualsivoglia nostro tentativo di scomporlo in pezzi. Mi sono detto: se così è, allora ciò che effettivamente conosciamo non è il mondo in sé, ma ciò che noi abbiamo fatto con il mondo; non stiamo registrando il mondo così com’è, ma – cosa ben diversa – stiamo da sempre mettendo in pratica la nostra immagine del mondo. Abbiamo costruito un mondo senza sapere cosa sia in sé e per sé. Gli abbiamo appiccicato addosso una moltitudine di etichette del tutto discutibili, frutto di una nostra elaborazione a senso unico. Non c’è – in questa nostra sistemazione a tavolino – nessun incontro con il mondo così com’è.
Visto che non avevo sonno, mi sono allora chiesto: perché mai abbiamo deciso di suddividere il mondo in tante discipline (la storia, la geografia, la scienza politica, la filosofia, la matematica)? O meglio: se questa nostra divisione non parte da una naturale divisione del mondo, che noi semplicemente ci limitiamo a registrare – giacché il mondo di per sé è bello compatto come una forma di pecorino romano – a cosa è dovuta questa nostra continua azione di frammentazione?
La risposta più assennata che ho trovato è che, in questa nostra suddivisione, da un lato troviamo riflessa la nostra necessità di interpretare in qualche modo il mondo – visto che lui non parla: il mondo è compatto, ma anche muto; di leggerlo, di renderlo per quanto possibile intelligibile. E, dall’altro, troviamo riflessa la divisione del lavoro fra gli studiosi. Una divisione del lavoro che ha monopolizzato la nostra mappa mentale rispetto al mondo, e che – da sempre – ci trasciniamo nelle nostre menti. È questa divisione del lavoro che ha conferito la struttura al mondo, che ha dato un volto al mondo in cui ogni giorno viviamo. Lui non c’entra nulla.
(Da: Zygmunt Bauman, Pensare sociologicamente, Ipermedium libri, 2000).