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Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito. Il mio viaggiare È stato tutto un restare Qua, dove non fui mai.
Giorgio Caproni, Il franco cacciatore
Forse ai nostri giorni l'obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere.
Michel Foucault, Poteri e strategie
Mission

Il blog della rivista Transiti nasce qui: in questo spazio di passaggio. Non come luogo di sosta definitiva, ma come soglia. Uno spazio aperto in cui fermare gli sguardi, rallentare il pensiero, provare a dare forma alle domande che attraversano la società, la letteratura, il cinema.

Se la rivista in versione cartacea, con uscite quadrimestrali, pubblicata da Les Flâneurs Edizioni, si prende il tempo dell’approfondimento, della costruzione argomentata, della riflessione distesa, il blog ne sarà il laboratorio dinamico: un luogo di interventi brevi, recensioni, note critiche, dialoghi, anticipazioni. Uno spazio in cui le idee possono nascere, misurarsi, talvolta anche contraddirsi.

Transiti non è solo un titolo, è una condizione. Sono le trasformazioni del lavoro e delle identità, le migrazioni culturali, i mutamenti del linguaggio. Transiti sono le opere letterarie che rileggono il passato per interrogare il futuro.  Sono le immagini cinematografiche che raccontano le fratture e le possibilità del nostro tempo.

In un’epoca dominata da polarizzazioni e slogan, crediamo ancora nel valore dell’argomentazione, nel dubbio come metodo, nella critica come forma di responsabilità. Non per costruire élite culturali, ma per alimentare una comunità di lettori esigenti e consapevoli.

Questo blog non offrirà risposte definitive. Proverà piuttosto a formulare domande migliori. Perché attraversare il presente non significa subirlo, significa comprenderne le tensioni, riconoscerne i conflitti, immaginarne gli sviluppi.

Benvenuti in questo spazio di passaggio. Benvenuti nei Transiti del nostro tempo.

Il referendum e la sinistra che non c’è

26 Marzo 2026

Il risultato del voto referendario potrebbe innescare un inedito processo politico e sociale.

Per interpretare il risultato del voto referendario occorrerebbe servirsi di uno sguardo lungo, evitando sia l’attualismo giornalistico perlopiù intento a definire i contorni cronachistici, sia il vociare delle forze politiche impegnate ad attribuirsi meriti o a scansare colpe.

I dati inattesi sono due: la vittoria, con ampio scarto, del no alla riforma dell’ordine giudiziario e l’alto tasso di partecipazione al voto, in particolare delle fasce giovanili. E’ necessario spiegare questi due eventi per capire cosa è accaduto e perché ha sorpreso.

Sappiamo che nel nostro Paese da anni c’è un crescente astensionismo elettorale. Una delle ragioni prevalenti è il deficit di legittimità dovuto alla incrinatura della fiducia nelle azioni dei professionisti della politica. L’allontanamento dalle urne ha riguardato una quota non trascurabile di elettori il cui voto potremmo definire di opinione. Di coloro, cioè, che il voto lo esprimerebbero per un convinto orientamento valoriale e ideale. Tra gli elettori assenti, è elevato il numero di quei cittadini che potremmo identificare nella sinistra sociale. Una sinistra che, almeno dagli anni Ottanta,  ha preso gradualmente le distanze dai partiti politici di riferimento. Del resto le politiche neoliberali più dure – privatizzazioni, smantellamento dello stato sociale, precarizzazione del lavoro – sono state adottate in prevalenza da governi di centro sinistra.

La sinistra sociale non è un aggregato omogeneo, è frammentata, sebbene esprima una domanda di giustizia sociale radicata nelle condizioni materiali di vita. E’ priva di voce istituzionale e orfana di rappresentanza politica. Si manifesta nei movimenti,  nelle reti di solidarietà, nel mutualismo. E’  attenta alle nuove povertà, al lavoro precario, alla fragilità urbana, alle disuguaglianze educative, alla marginalità diffusa, alle guerre di oppressione. Molti sono i giovani che ne sostengono le istanze.

L’occasione del referendum ha dato la stura: primo, occorreva evitare che un governo nazionalista, con forti accenti autoritari, potesse sottomettere a sé l’ordine giudiziario; secondo, non si premiava direttamente, col voto referendario, alcun partito politico di cui ci si fida poco o nulla; terzo, si sarebbe indicata una possibile strategia politica.

I primi due obiettivi sono stati nettamente conseguiti. Per il terzo occorre che la sinistra politica faccia la sua parte: in primo luogo abbandonando la visione neoliberale. La politica non è governance, le persone non sono capitale umano da ottimizzare, il lavoro non è una merce, la scuola, le università, gli ospedali non sono aziende. Non tutto nei percorsi di vita è calcolabile economicamente. Se la sinistra politica volesse ricomporre la frattura con la sinistra sociale dovrebbe partire da qui. Sarebbe una sfida politica e sociale dirimente, non solo per una parte, ma per la qualità della democrazia italiana.

Sergio D'Angelo

Sociologo - numero di articoli pubblicati : 28

Sergio D'Angelo

Sociologo, collabora con le università di Bari, Foggia e Cagliari. Svolge attività didattica e di ricerca. Tra le sue ultime pubblicazioni: Sguardi. L’attualità in questione, Edizioni Giuseppe Laterza, 2025, Percorsi di vita e orientamento al futuro. Ricerca-intervento nelle scuole superiori, in Pedagogia in azione, Edizioni Ares, 2026. Inciampi. Poesie, Edizioni Giuseppe Laterza, 2024.