Il referendum e la sinistra che non c’è
Il risultato del voto referendario potrebbe innescare un inedito processo politico e sociale.
Per interpretare il risultato del voto referendario occorrerebbe servirsi di uno sguardo lungo, evitando sia l’attualismo giornalistico perlopiù intento a definire i contorni cronachistici, sia il vociare delle forze politiche impegnate ad attribuirsi meriti o a scansare colpe.
I dati inattesi sono due: la vittoria, con ampio scarto, del no alla riforma dell’ordine giudiziario e l’alto tasso di partecipazione al voto, in particolare delle fasce giovanili. E’ necessario spiegare questi due eventi per capire cosa è accaduto e perché ha sorpreso.
Sappiamo che nel nostro Paese da anni c’è un crescente astensionismo elettorale. Una delle ragioni prevalenti è il deficit di legittimità dovuto alla incrinatura della fiducia nelle azioni dei professionisti della politica. L’allontanamento dalle urne ha riguardato una quota non trascurabile di elettori il cui voto potremmo definire di opinione. Di coloro, cioè, che il voto lo esprimerebbero per un convinto orientamento valoriale e ideale. Tra gli elettori assenti, è elevato il numero di quei cittadini che potremmo identificare nella sinistra sociale. Una sinistra che, almeno dagli anni Ottanta, ha preso gradualmente le distanze dai partiti politici di riferimento. Del resto le politiche neoliberali più dure – privatizzazioni, smantellamento dello stato sociale, precarizzazione del lavoro – sono state adottate in prevalenza da governi di centro sinistra.
La sinistra sociale non è un aggregato omogeneo, è frammentata, sebbene esprima una domanda di giustizia sociale radicata nelle condizioni materiali di vita. E’ priva di voce istituzionale e orfana di rappresentanza politica. Si manifesta nei movimenti, nelle reti di solidarietà, nel mutualismo. E’ attenta alle nuove povertà, al lavoro precario, alla fragilità urbana, alle disuguaglianze educative, alla marginalità diffusa, alle guerre di oppressione. Molti sono i giovani che ne sostengono le istanze.
L’occasione del referendum ha dato la stura: primo, occorreva evitare che un governo nazionalista, con forti accenti autoritari, potesse sottomettere a sé l’ordine giudiziario; secondo, non si premiava direttamente, col voto referendario, alcun partito politico di cui ci si fida poco o nulla; terzo, si sarebbe indicata una possibile strategia politica.
I primi due obiettivi sono stati nettamente conseguiti. Per il terzo occorre che la sinistra politica faccia la sua parte: in primo luogo abbandonando la visione neoliberale. La politica non è governance, le persone non sono capitale umano da ottimizzare, il lavoro non è una merce, la scuola, le università, gli ospedali non sono aziende. Non tutto nei percorsi di vita è calcolabile economicamente. Se la sinistra politica volesse ricomporre la frattura con la sinistra sociale dovrebbe partire da qui. Sarebbe una sfida politica e sociale dirimente, non solo per una parte, ma per la qualità della democrazia italiana.