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Girovago per caso
Quote from Sergio D'angelo on 20 May 2026, 14:05
Uno spostamento improvviso di un impegno di lavoro provoca alcune riflessioni dell'autore sul rapporto col tempo e sulla figura del flâneur.
Avrei dovuto tenere questa mattina, all'università di Cagliari, una lezione a un piccolo gruppo. Ricevo però una comunicazione di un improvviso spostamento delle attività didattiche al pomeriggio. Un'inattesa libertà da impegni di lavoro: cinque o sei ore a disposizione. Decido allora, banalmente, di girovagare per la città.
Mentre passeggio ricordo, ma non so se esattamente, le citazioni di Baudelaire "Essere fuori casa e sentirsi dappertutto a casa propria" e "prendere dimora tra la moltitudine". È così che nasce l'idea del flâneur. Inevitabilmente, queste citazioni s'intrecciano con un'altra di Walter Benjamin "La folla è il velo attraverso cui la città vista si offre al flâneur come una fantasmagoria".
Cosicché, con la loro suggestione, provo a immergermi nell'ordito cittadino. Non ho un luogo preciso dove andare. Mi lascio guidare dagli odori, dalle stradine che diventano cunicoli e da cui si intravedono improvvisi squarci di mare e luccichii abbaglianti. Osservo il discreto e composto via vai dei cagliaritani, che ormai ho imparato a conoscere. Diverso, e tanto, dallo stile strabordante dei turisti che già in questa stagione affollano la città.
La frenesia che viviamo quotidianamente ci obbliga a lottare con orologi e calendari. Sentirsi improvvisamente liberi da impegni può causare un improvviso senso di vuoto, un'angoscia profonda. Il neoliberalismo è anche un regime affettivo: produce specifiche forme di desiderio, aspettative e frustrazioni. Siamo soliti pensare che chi girovaga senza una meta sia un perditempo, un fannullone o peggio un barbone. Anche i turisti hanno, e guai a non averli, obiettivi e precisi itinerari.
Capita anche a me, non sono diverso dai tanti, ma sono in disaccordo sull'uso del tempo. Quello di ognuno di noi, che sembra scorrere inesorabilmente e che abbiamo l'obbligo di riempire: di impegni, di messaggi, di mail, di telefonate, di corse affannose. Potremmo avere la faccia tosta, contro ogni convenzione e stigma sociale, di dire che ci piace bighellonare, con le mani in tasca, senza alcuna meta? Probabilmente, non ci riusciremmo. Non è facile liberarsi da un'autodisciplina imposta, simile a una servitù volontaria. Eppure, a volte basta una mattina, come cantava Giorgio Gaber.
E se provassimo a scegliere il nostro tempo evitando che altri ce lo impongano?

Uno spostamento improvviso di un impegno di lavoro provoca alcune riflessioni dell'autore sul rapporto col tempo e sulla figura del flâneur.
Avrei dovuto tenere questa mattina, all'università di Cagliari, una lezione a un piccolo gruppo. Ricevo però una comunicazione di un improvviso spostamento delle attività didattiche al pomeriggio. Un'inattesa libertà da impegni di lavoro: cinque o sei ore a disposizione. Decido allora, banalmente, di girovagare per la città.
Mentre passeggio ricordo, ma non so se esattamente, le citazioni di Baudelaire "Essere fuori casa e sentirsi dappertutto a casa propria" e "prendere dimora tra la moltitudine". È così che nasce l'idea del flâneur. Inevitabilmente, queste citazioni s'intrecciano con un'altra di Walter Benjamin "La folla è il velo attraverso cui la città vista si offre al flâneur come una fantasmagoria".
Cosicché, con la loro suggestione, provo a immergermi nell'ordito cittadino. Non ho un luogo preciso dove andare. Mi lascio guidare dagli odori, dalle stradine che diventano cunicoli e da cui si intravedono improvvisi squarci di mare e luccichii abbaglianti. Osservo il discreto e composto via vai dei cagliaritani, che ormai ho imparato a conoscere. Diverso, e tanto, dallo stile strabordante dei turisti che già in questa stagione affollano la città.
La frenesia che viviamo quotidianamente ci obbliga a lottare con orologi e calendari. Sentirsi improvvisamente liberi da impegni può causare un improvviso senso di vuoto, un'angoscia profonda. Il neoliberalismo è anche un regime affettivo: produce specifiche forme di desiderio, aspettative e frustrazioni. Siamo soliti pensare che chi girovaga senza una meta sia un perditempo, un fannullone o peggio un barbone. Anche i turisti hanno, e guai a non averli, obiettivi e precisi itinerari.
Capita anche a me, non sono diverso dai tanti, ma sono in disaccordo sull'uso del tempo. Quello di ognuno di noi, che sembra scorrere inesorabilmente e che abbiamo l'obbligo di riempire: di impegni, di messaggi, di mail, di telefonate, di corse affannose. Potremmo avere la faccia tosta, contro ogni convenzione e stigma sociale, di dire che ci piace bighellonare, con le mani in tasca, senza alcuna meta? Probabilmente, non ci riusciremmo. Non è facile liberarsi da un'autodisciplina imposta, simile a una servitù volontaria. Eppure, a volte basta una mattina, come cantava Giorgio Gaber.
E se provassimo a scegliere il nostro tempo evitando che altri ce lo impongano?