Per poter commentare nel forum e necessario registrarsi alla piattaforma.
Registrazione forum
Il lavoro che cambia
Quote from Sergio D'angelo on 1 May 2026, 7:17
Le trasformazioni del lavoro degli ultimi decenni stanno producendo impatti notevoli sulle condizioni dei lavoratori influenzando, non sempre positivamente, le relazioni, il senso di appartenenza e il livello di motivazione. Incertezza e ambiguità appaiono come le caratteristiche costitutive dell’esperienza lavorativa contemporanea.
Il lavoro è in primo luogo un processo che si svolge tra l’uomo e la natura
Un’ attività finalistica per la produzione di valori d’uso
quindi è indipendente da ogni forma di vita e, anzi,
è comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana
Karl Marx, Il capitale
Le trasformazioni del lavoro degli ultimi decenni stanno producendo impatti notevoli sulle condizioni dei lavoratori influenzando, non sempre positivamente, le relazioni, il senso di appartenenza e il livello di motivazione. Incertezza e ambiguità appaiono come le caratteristiche costitutive dell’esperienza lavorativa contemporanea. E si osserva una divaricazione, talvolta netta e dissonante, tra dichiarazioni idilliache a sostegno del potenziamento e dello sviluppo dei dipendenti e comportamenti gestionali intenti a ottenere risultati immediati attraverso forme obsolete di comando, esecuzione e controllo.
In tale cornice, il dopo pandemia ha dato la stura a due fenomeni diversi per esiti ma accomunati da motivazioni simili: le grandi dimissioni (Great Resignation) e l’abbandono silenzioso (Quiet Quitting). Le dimissioni volontarie, una vera e propria fuga dal lavoro, sono state negli anni 2021 e 2022 più di 4 milioni: un paradosso, considerato il mercato del lavoro italiano che presenta tassi di occupazione e di attività tra i più bassi d’Europa. I dati relativi alle dimissioni volontarie sono facilmente rilevabili e trattabili statisticamente, diversamente dal nuovo fenomeno dell’abbandono silenzioso che, invece, consiste in una ridefinizione “soggettiva” del proprio rapporto di lavoro. Ossia, il quiet quitter ridurrebbe l’impegno dedicato allo svolgimento delle proprie attività lavorative sia in termini quantitativi, nel fare l’indispensabile pur nel rispetto dei compiti assegnati e dell’orario di lavoro, sia manifestando un modesto coinvolgimento. Assistiamo a una diffusa disaffezione al lavoro e, come riferisce il V° Rapporto Censis, a un “declassamento valoriale del lavoro, non più epicentro delle vite e delle aspirazioni, ma riportato al rango di una delle tante attività di cui si compone il puzzle quotidiano delle vite individuali”.
Il lavoro perderebbe un suo specifico connotato, quello di attribuire status e riconoscimento sociale e professionale, riducendo la rilevanza avuta fino a qualche decennio fa. Nella vita di gran parte dei lavoratori crescerebbe l’importanza di fattori alternativi: più tempo per sé stessi, meno tempo da dedicare al lavoro, più tempo da destinare alla famiglia e alle proprie passioni e conseguente rifiuto dello straordinario e di ogni altra attività che ecceda i compiti definiti contrattualmente. In particolare sono i lavoratori più giovani che sembrano mostrare maggiore attenzione alle proprie esigenze di benessere e a una più elevata qualità della vita, chiedendo alle aziende tempi di lavoro più facilmente conciliabili con la vita privata. Secondo un’indagine di Gallup Poll la percentuale di lavoratori italiani soddisfatti del proprio lavoro è appena del 4 per cento mentre l’82,3 per cento è insoddisfatta e ritiene di meritare di più. Insomma, una buona parte dei lavoratori italiani mostra un rapporto strumentale nei confronti del proprio lavoro che viene considerato come una modalità per ottenere il denaro necessario per vivere o dedicarsi ad altro. Non solo, oltre al mutato atteggiamento nei confronti del lavoro, le caratteristiche strutturali del mercato del lavoro italiano non facilitano un incontro soddisfacente tra domanda e offerta. Purtroppo, la quota delle professioni intellettuali è in Italia tra le più basse d’Europa e non crescono in misura soddisfacente gli occupati nell’istruzione, nella sanità e nei servizi alle imprese.
Nel 1980, dal 31 ottobre al 2 novembre, si svolse a Milano un convegno organizzato dal quotidiano Il Manifesto sul tema Liberare il lavoro o liberarsi dal lavoro? Confluirono in quelle discussioni le due tesi principali, riportate nella domanda del titolo, che da sempre si confrontano nel dibattitto del e sul movimento operaio. Liberarsi dal lavoro fu negli anni Settanta una posizione radicale e suggestiva. Ancora oggi, quando il più importante filosofo italiano vivente, Giorgio Agamben, afferma in un suo recente scritto “ Fondare una società sul lavoro, significa pertanto votarla in ultima istanza non all’ordine e alla vita, ma al disordine e alla morte” suscita riflessioni tutt’altro che banali. E’ indubbio che al tempo del fordismo il lavoro era alienante, abbrutente e l’uomo una rotella meccanica della catena di montaggio. Il rifiuto del lavoro sembrò la premessa alla radicale trasformazione della società.
Epperò, per l’umano il lavoro, cioè la produzione di mondo, gli è consustanziale. L’umo è un animale biologicamente culturale, come sostiene Arnold Gehlen la cultura è la “prima natura dell’uomo”, attraverso cui produce organizzazione sociale e del lavoro. E possiamo anche ricordare la celebre espressione di Hebert Marcuse “l’animale lascia accadere la sua vita, l’uomo la fa accadere mediante il lavoro”. Allora, Liberare il lavoro, l’altra ipotesi, appare più verosimile. Ma è sufficiente liberare il lavoro dal dominio dell’organizzazione capitalistica e dalla espropriazione di valore? Insomma, se si ponesse fine allo sfruttamento salariale, avremmo liberato il lavoro umano dall’alienazione? La risposta, probabilmente, è negativa. Una quota di lavoro, che riproduca le condizioni di vita in società così complesse come le nostre, sarebbe comunque estraniante, routinaria e faticosa. Diverrebbe dirimente il tempo di lavoro che ciascuno dovrebbe t dedicare a tali attività.
Il capitalismo contemporaneo, nella sua versione neoliberale, ha bisogno di caratteristiche affatto diverse da quelle richieste alla forza-lavoro di epoca fordista: flessibilità, linguaggio, lavoro di gruppo, esibizione di toni emotivi particolari. E’ paradossale che proprio oggi qualsiasi organizzazione, privata o pubblica, piccola o grande, concentri le sue maggiori capacità persuasive per convincere ciascun lavoratore che in fondo egli è un’azienda, l’azienda di sé stesso, con il suo bilancio (sic!) di competenze. Al di là della propaganda il risultato è un’inattesa presa di distanza dei lavoratori dal lavoro. L’abbandono tacito del quiet quitter, non è più fondato su ragioni politiche e di rivolta contro l’ordine costituito, come lo fu negli anni Sessanta e Settanta ma è un rifiuto esistenziale, per l'appunto, silenzioso: nella scala dei suoi valori, il lavoro non è più prioritario.
(questo articolo è tratto dal libro Sguardi. L'attualità in questione, edizioni Giuseppe Laterza)

Le trasformazioni del lavoro degli ultimi decenni stanno producendo impatti notevoli sulle condizioni dei lavoratori influenzando, non sempre positivamente, le relazioni, il senso di appartenenza e il livello di motivazione. Incertezza e ambiguità appaiono come le caratteristiche costitutive dell’esperienza lavorativa contemporanea.
Il lavoro è in primo luogo un processo che si svolge tra l’uomo e la natura
Un’ attività finalistica per la produzione di valori d’uso
quindi è indipendente da ogni forma di vita e, anzi,
è comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana
Karl Marx, Il capitale
Le trasformazioni del lavoro degli ultimi decenni stanno producendo impatti notevoli sulle condizioni dei lavoratori influenzando, non sempre positivamente, le relazioni, il senso di appartenenza e il livello di motivazione. Incertezza e ambiguità appaiono come le caratteristiche costitutive dell’esperienza lavorativa contemporanea. E si osserva una divaricazione, talvolta netta e dissonante, tra dichiarazioni idilliache a sostegno del potenziamento e dello sviluppo dei dipendenti e comportamenti gestionali intenti a ottenere risultati immediati attraverso forme obsolete di comando, esecuzione e controllo.
In tale cornice, il dopo pandemia ha dato la stura a due fenomeni diversi per esiti ma accomunati da motivazioni simili: le grandi dimissioni (Great Resignation) e l’abbandono silenzioso (Quiet Quitting). Le dimissioni volontarie, una vera e propria fuga dal lavoro, sono state negli anni 2021 e 2022 più di 4 milioni: un paradosso, considerato il mercato del lavoro italiano che presenta tassi di occupazione e di attività tra i più bassi d’Europa. I dati relativi alle dimissioni volontarie sono facilmente rilevabili e trattabili statisticamente, diversamente dal nuovo fenomeno dell’abbandono silenzioso che, invece, consiste in una ridefinizione “soggettiva” del proprio rapporto di lavoro. Ossia, il quiet quitter ridurrebbe l’impegno dedicato allo svolgimento delle proprie attività lavorative sia in termini quantitativi, nel fare l’indispensabile pur nel rispetto dei compiti assegnati e dell’orario di lavoro, sia manifestando un modesto coinvolgimento. Assistiamo a una diffusa disaffezione al lavoro e, come riferisce il V° Rapporto Censis, a un “declassamento valoriale del lavoro, non più epicentro delle vite e delle aspirazioni, ma riportato al rango di una delle tante attività di cui si compone il puzzle quotidiano delle vite individuali”.
Il lavoro perderebbe un suo specifico connotato, quello di attribuire status e riconoscimento sociale e professionale, riducendo la rilevanza avuta fino a qualche decennio fa. Nella vita di gran parte dei lavoratori crescerebbe l’importanza di fattori alternativi: più tempo per sé stessi, meno tempo da dedicare al lavoro, più tempo da destinare alla famiglia e alle proprie passioni e conseguente rifiuto dello straordinario e di ogni altra attività che ecceda i compiti definiti contrattualmente. In particolare sono i lavoratori più giovani che sembrano mostrare maggiore attenzione alle proprie esigenze di benessere e a una più elevata qualità della vita, chiedendo alle aziende tempi di lavoro più facilmente conciliabili con la vita privata. Secondo un’indagine di Gallup Poll la percentuale di lavoratori italiani soddisfatti del proprio lavoro è appena del 4 per cento mentre l’82,3 per cento è insoddisfatta e ritiene di meritare di più. Insomma, una buona parte dei lavoratori italiani mostra un rapporto strumentale nei confronti del proprio lavoro che viene considerato come una modalità per ottenere il denaro necessario per vivere o dedicarsi ad altro. Non solo, oltre al mutato atteggiamento nei confronti del lavoro, le caratteristiche strutturali del mercato del lavoro italiano non facilitano un incontro soddisfacente tra domanda e offerta. Purtroppo, la quota delle professioni intellettuali è in Italia tra le più basse d’Europa e non crescono in misura soddisfacente gli occupati nell’istruzione, nella sanità e nei servizi alle imprese.
Nel 1980, dal 31 ottobre al 2 novembre, si svolse a Milano un convegno organizzato dal quotidiano Il Manifesto sul tema Liberare il lavoro o liberarsi dal lavoro? Confluirono in quelle discussioni le due tesi principali, riportate nella domanda del titolo, che da sempre si confrontano nel dibattitto del e sul movimento operaio. Liberarsi dal lavoro fu negli anni Settanta una posizione radicale e suggestiva. Ancora oggi, quando il più importante filosofo italiano vivente, Giorgio Agamben, afferma in un suo recente scritto “ Fondare una società sul lavoro, significa pertanto votarla in ultima istanza non all’ordine e alla vita, ma al disordine e alla morte” suscita riflessioni tutt’altro che banali. E’ indubbio che al tempo del fordismo il lavoro era alienante, abbrutente e l’uomo una rotella meccanica della catena di montaggio. Il rifiuto del lavoro sembrò la premessa alla radicale trasformazione della società.
Epperò, per l’umano il lavoro, cioè la produzione di mondo, gli è consustanziale. L’umo è un animale biologicamente culturale, come sostiene Arnold Gehlen la cultura è la “prima natura dell’uomo”, attraverso cui produce organizzazione sociale e del lavoro. E possiamo anche ricordare la celebre espressione di Hebert Marcuse “l’animale lascia accadere la sua vita, l’uomo la fa accadere mediante il lavoro”. Allora, Liberare il lavoro, l’altra ipotesi, appare più verosimile. Ma è sufficiente liberare il lavoro dal dominio dell’organizzazione capitalistica e dalla espropriazione di valore? Insomma, se si ponesse fine allo sfruttamento salariale, avremmo liberato il lavoro umano dall’alienazione? La risposta, probabilmente, è negativa. Una quota di lavoro, che riproduca le condizioni di vita in società così complesse come le nostre, sarebbe comunque estraniante, routinaria e faticosa. Diverrebbe dirimente il tempo di lavoro che ciascuno dovrebbe t dedicare a tali attività.
Il capitalismo contemporaneo, nella sua versione neoliberale, ha bisogno di caratteristiche affatto diverse da quelle richieste alla forza-lavoro di epoca fordista: flessibilità, linguaggio, lavoro di gruppo, esibizione di toni emotivi particolari. E’ paradossale che proprio oggi qualsiasi organizzazione, privata o pubblica, piccola o grande, concentri le sue maggiori capacità persuasive per convincere ciascun lavoratore che in fondo egli è un’azienda, l’azienda di sé stesso, con il suo bilancio (sic!) di competenze. Al di là della propaganda il risultato è un’inattesa presa di distanza dei lavoratori dal lavoro. L’abbandono tacito del quiet quitter, non è più fondato su ragioni politiche e di rivolta contro l’ordine costituito, come lo fu negli anni Sessanta e Settanta ma è un rifiuto esistenziale, per l'appunto, silenzioso: nella scala dei suoi valori, il lavoro non è più prioritario.
(questo articolo è tratto dal libro Sguardi. L'attualità in questione, edizioni Giuseppe Laterza)