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Mission

Il blog della rivista Transiti nasce qui: in questo spazio di passaggio. Non come luogo di sosta definitiva, ma come soglia. Uno spazio aperto in cui fermare gli sguardi, rallentare il pensiero, provare a dare forma alle domande che attraversano la società, la letteratura, il cinema.

Se la rivista in versione cartacea, con uscite quadrimestrali, pubblicata da Les Flâneurs Edizioni, si prende il tempo dell’approfondimento, della costruzione argomentata, della riflessione distesa, il blog ne sarà il laboratorio dinamico: un luogo di interventi brevi, recensioni, note critiche, dialoghi, anticipazioni. Uno spazio in cui le idee possono nascere, misurarsi, talvolta anche contraddirsi.

Transiti non è solo un titolo, è una condizione. Sono le trasformazioni del lavoro e delle identità, le migrazioni culturali, i mutamenti del linguaggio. Transiti sono le opere letterarie che rileggono il passato per interrogare il futuro.  Sono le immagini cinematografiche che raccontano le fratture e le possibilità del nostro tempo.

In un’epoca dominata da polarizzazioni e slogan, crediamo ancora nel valore dell’argomentazione, nel dubbio come metodo, nella critica come forma di responsabilità. Non per costruire élite culturali, ma per alimentare una comunità di lettori esigenti e consapevoli.

Questo blog non offrirà risposte definitive. Proverà piuttosto a formulare domande migliori. Perché attraversare il presente non significa subirlo, significa comprenderne le tensioni, riconoscerne i conflitti, immaginarne gli sviluppi.

Benvenuti in questo spazio di passaggio. Benvenuti nei Transiti del nostro tempo.

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Il pensiero che disturba

Milani, Pasolini, de Martino e Basaglia hanno una postura intellettuale sorprendentemente simile: guardano la società dal punto in cui essa produce esclusione.

C’è una singolare abitudine italiana nel rapporto con alcuni dei suoi intellettuali più scomodi. In vita li ascoltiamo poco, li consideriamo eccentrici, estremisti, provocatori, talvolta perfino fastidiosi. Dopo la morte comincia invece un processo di progressiva neutralizzazione. Prima vengono celebrati, poi trasformati in icone, infine dimenticati. Rimangono i nomi, qualche anniversario, le citazioni rituali. Scompare quasi sempre ciò che avevano da dirci. È una particolare forma di rimozione: ricordare qualcuno per non essere più costretti ad ascoltarlo.

Lorenzo Milani, Pier Paolo Pasolini, Ernesto de Martino e Franco Basaglia appartengono, pur nelle enormi differenze che li separano, a questa singolare genealogia italiana. Un prete, un poeta e regista, un antropologo, uno psichiatra. Biografie, linguaggi, culture lontanissime. Eppure qualcosa li accomuna. Tutti e quattro hanno guardato il proprio tempo collocandosi deliberatamente ai suoi margini; soprattutto, hanno utilizzato il margine per interrogare il centro. Ed è forse questa la ragione per cui il loro pensiero conserva una dimensione che potremmo definire universale: partendo da situazioni concrete, apparentemente periferiche, arrivano a porre domande che riguardano la condizione umana.

Di Lorenzo Milani celebriamo la scuola di Barbiana e l’attenzione verso gli ultimi. Più raramente prendiamo sul serio la radicalità della sua critica. Aveva compreso che la disuguaglianza non si riproduce soltanto attraverso il denaro. Passa attraverso la parola. Chi possiede il linguaggio possiede una possibilità maggiore di comprendere il mondo, difendersi, rivendicare diritti, partecipare alla vita pubblica. Per questo insegnare ai ragazzi di Barbiana significava compiere un gesto politico. Oggi però il “santino” rischia di nascondere Milani. Possiamo dedicargli scuole, convegni e celebrazioni mentre continuiamo tranquillamente ad accettare un sistema educativo nel quale l’origine familiare condiziona ancora pesantemente le possibilità scolastiche. Possiamo citare I care e contemporaneamente lasciare che la scuola selezioni implicitamente attraverso il capitale culturale delle famiglie. E possiamo celebrare il sacerdote dell’obbedienza evangelica dimenticando l’autore di L’obbedienza non è più una virtù. Milani ci consegna invece un principio assai più inquietante: quando l’obbedienza contraddice la coscienza e  la responsabilità, disobbedire può diventare un dovere.

Anche Pasolini ha subìto un destino analogo. È diventato un’icona nazionale: fotografie, mostre, anniversari, citazioni. Ma il Pasolini celebrato è spesso molto meno pericoloso di quello che scriveva sul Corriere della Sera. La sua intuizione più radicale riguardava la trasformazione antropologica prodotta dalla società dei consumi. Il capitalismo, sosteneva, non aveva semplicemente modificato i comportamenti economici; stava modificando desideri, lingua, corpi, aspirazioni. Là dove il vecchio potere comandava, il nuovo potere seduceva. Pasolini aveva preconizzato che l’aumento dei consumi non avrebbe necessariamente prodotto maggiore emancipazione. L’omologazione poteva essere assai più potente della repressione. Difficile non interrogarsi sull’attualità di questa intuizione nella società degli algoritmi, degli influencer, dei consumi identitari, continuamente anticipati e prodotti dalle piattaforme. Abbiamo trasformato Pasolini in un grande poeta del Novecento,  mentre il mondo da lui temuto diventava, sotto molti aspetti, il nostro.

Ancora più singolare è il destino di Ernesto de Martino. Considerato uno dei maggiori antropologi e filosofi italiani del Novecento, rimane relativamente confinato negli studi specialistici. Eppure alcune sue categorie sembrano scritte per comprendere il presente. De Martino studiava tarantismo, magia, rituali funebri, culture contadine del Mezzogiorno. Apparentemente un universo lontanissimo dal nostro. Ma dietro quelle ricerche si nascondeva una domanda universale: che cosa accade all’essere umano quando il mondo nel quale aveva imparato a vivere smette improvvisamente di avere senso? È il problema della “crisi della presenza”. Quando vengono meno i riferimenti culturali attraverso cui interpretiamo l’esistenza, rischiamo di non riuscire più a essere presenti a noi stessi e al mondo. E le società, proprio come gli individui, possono attraversare crisi di questo genere. Le trasformazioni tecnologiche, la precarizzazione delle biografie, la crisi delle appartenenze, le migrazioni, le guerre, la catastrofe ambientale producono oggi qualcosa che assomiglia sorprendentemente a una grande crisi della presenza collettiva. De Martino chiamava questa esperienza apocalisse culturale. Forse avremmo bisogno di rileggerlo proprio adesso.

Infine Franco Basaglia. Probabilmente il più celebrato e, nello stesso tempo, uno dei più traditi. Il suo nome è indissolubilmente legato alla legge 180 e alla chiusura dei manicomi. Ma ridurre Basaglia alla riforma psichiatrica significa perdere la portata universale del suo pensiero. La questione che poneva era molto più ampia: che cosa accade a una persona quando un’istituzione smette di vederla come soggetto e comincia a identificarla interamente con la categoria attraverso cui la definisce? Il folle diventa la sua malattia. Il detenuto il suo reato. Il povero la sua marginalità. L’immigrato la sua provenienza. L’istituzione non incontra più una persona, ma una classificazione. Per questo aprire le porte del manicomio non rappresentava semplicemente una diversa tecnica terapeutica. Significava restituire all’altro la possibilità di essere qualcosa di più della definizione che il sapere e il potere avevano costruito per lui. È difficile immaginare un pensiero più contemporaneo in un’epoca nella quale torniamo continuamente a classificare, separare, diagnosticare, confinare.

Milani, Pasolini, de Martino e Basaglia non formano una scuola. Probabilmente sarebbe artificioso cercare una teoria comune. Possiedono però una postura intellettuale sorprendentemente simile: guardano la società dal punto in cui essa produce esclusioneIl margine, per tutti loro, non è semplicemente un luogo geografico o sociale. È un punto epistemologico. Dal margine si vede qualcosa che dal centro rimane invisibile.  E’ un metodo  dello sguardo: osservare una società a partire da coloro che ne pagano il prezzo. I “santini” svolgono una funzione rassicurante: trasformano una domanda in una commemorazione. Potremmo fare esattamente il contrario. Togliere questi autori dai monumenti nei quali li abbiamo collocati e restituirli al conflitto del presente. Non domandarci semplicemente che cosa abbiano detto nel loro tempo ma che cosa, ci costringano ancora a vedere nel nostro. Perché un pensiero è veramente vivo non quando viene celebrato, ma quando continua a disturbarci.