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La disobbedienza come pratica della disperanza
Quote from Sergio D'angelo on 23 July 2026, 8:31
Disperanza e disobbedienza come forme di resistenza del nostro tempo.
n tempo paradossale quello in cui viviamo. Nonostante che Il futuro sia sempre più immaginato come il tempo dell’incertezza e dell’ambiguità, la politica, spesso attorcigliata nella sua inconsistenza, continua a promettere tempi migliori; l’economia assicura che le crisi saranno superate, magari producendo e lavorando di più; perfino la petulante psicologia positiva invita a coltivare ottimismo come condizione di un supposto benessere individuale. Sembra che sperare sia doveroso. Cresce, invece, quasi silenziosamente, un sentimento diverso, che prende le distanze dalla speranza. Non indulge al pessimismo, che continua a misurarsi con la probabilità del fallimento; né al nichilismo, che rinuncia a ogni valore. Piuttosto è ciò che lo scrittore colombiano, Álvaro Mutis, ha chiamato disperanza: una condizione esistenziale nella quale vengono meno le illusioni, ma non per questo si estingue la responsabilità.
La disperanza non coincide con la disperazione. Il disperato è ancora prigioniero della speranza perduta. Invece chi vive nella disperanza ha smesso di attendere che il mondo realizzi le proprie promesse. Continua a vivere, ad amare, a creare, a combattere, ma senza confidare in un approdo salvifico della storia. È una differenza sottile, ma decisiva. Nella figura di Maqroll il Gabbiere, Mutis racconta uomini che non attendono la felicità, né confidano in un ordine capace di ricompensare il bene. Agiscono perché quella è la loro misura umana, non perché immaginino una redenzione imminente. La loro è una fedeltà alla vita, non alla vittoria.
Giorgio Caproni, tra i maggiori poeti italiani del Novecento, nella stagione estrema della sua poesia, abita questa stessa soglia. Il suo dio tace, la verità sfugge, ogni certezza si dissolve. Ma la poesia continua a interrogare il mondo. La parola non salva, impedisce però che il silenzio divenga complicità. Ecco i suoi versi, dalla raccolta del 1982, Il franco cacciatore
Disperanza Mi buttai un’altra volta/A capo in giù./All’avventura./Nel mio folle pensare,/bruciai il fiume./La volta/del bosco./L’aratura./Mi fiaccai il collo./Invano./Invano tentai di sfondare/Il muro della paura.
Il recente e prezioso libriccino di Franco Marcoaldi, La disperanza, trasforma questa disposizione in una pratica quotidiana dell’attenzione. Se il futuro non garantisce alcun risarcimento, resta la possibilità di abitare responsabilmente il presente, di sottrarsi all’accelerazione permanente, di custodire una forma minima ma ostinata di umanità. “La disperanza non è affatto cupa, fosca, inerte. Al contrari, nella sua felice ambiguità, rappresenta il volano ideale di molteplici aspetti liberatori per l’individuo capace di farla propria”.
Vito Teti è un antropologo noto per aver coniato il neologismo della restanza. La sua idea di disperanza, descritta in un’interessante voce della Treccani on line, assume la forma del restare. Nel tempo dello sradicamento permanente, dell’abbandono dei paesi, della dissoluzione dei legami comunitari, abitare un luogo significa resistere alla cancellazione della memoria. Non è nostalgia. È un gesto politico. Questi autori sembrano convergere in un’intuizione comune: la speranza non può più costituire il fondamento dell’azione.
Per lungo tempo la modernità ha alimentato una narrazione progressiva della storia. La scienza avrebbe sconfitto la miseria, la tecnica avrebbe ridotto il lavoro necessario, la democrazia avrebbe esteso i diritti, il mercato avrebbe prodotto benessere diffuso. Oggi quella narrazione appare incrinata. Le crisi ambientali, le guerre, l’aumento delle disuguaglianze, la precarizzazione dell’esistenza, il ritorno dei nazionalismi mostrano un futuro molto meno lineare di quanto il Novecento avesse immaginato. Se la speranza vacilla, anche l’azione rischia di paralizzarsi. È qui che la disperanza può diventare una categoria politica. Non perché prometta alternative già disponibili, ma perché libera l’agire dall’ossessione del risultato. Si disobbedisce non perché si è certi di vincere, ma perché alcune forme di obbedienza diventano moralmente impraticabili.
La storia offre numerosi esempi di questa postura. Antigone seppellisce il fratello pur sapendo di andare incontro alla morte. Bartleby risponde con il suo ostinato «Preferirei di no» senza immaginare alcuna rivoluzione. Lorenzo Milani scrive che «l’obbedienza non è più una virtù» non perché intraveda una società perfetta, ma perché riconosce il primato della coscienza sulla disciplina. Rosa Parks non sapeva che il suo gesto avrebbe cambiato la storia; sapeva soltanto che continuare a obbedire avrebbe significato accettare l’ingiustizia. La disobbedienza, in questa prospettiva, non è un mezzo per raggiungere un fine. Diventa una forma dell’abitare il mondo. Forse è proprio questo che manca oggi ai professionisti della politica, presente invece anche se in misura ancora insoddisfacente nei movimenti giovanili e sociali. La disperanza suggerisce invece un’altra grammatica dell’azione: agire senza garanzia. Resistere senza promessa. Custodire valori che non dipendono dal loro successo storico. In un’epoca dominata dalla prestazione, anche l’impegno politico è stato assorbito dalla logica del rendimento. Si milita per ottenere risultati misurabili, si partecipa se si intravedono cambiamenti rapidi, si abbandona quando questi tardano ad arrivare. La disperanza rompe questo schema. Restituisce dignità ai gesti apparentemente inutili: la cura di un luogo, la difesa di un paesaggio, l’insegnamento, l’accoglienza dello straniero, la scelta di sottrarsi a consumi imposti, il rifiuto di linguaggi violenti, la costruzione di relazioni non competitive. Sono pratiche che non cambiano immediatamente il mondo, ma impediscono che il mondo cambi definitivamente noi.
È questa, probabilmente, la forma più radicale della disobbedienza contemporanea. Non la rivolta spettacolare, facilmente riassorbita dalla comunicazione e dal mercato, ma la sottrazione. Sottrarsi all’accelerazione quando tutto impone velocità. Sottrarsi alla competizione quando ogni relazione viene trasformata in prestazione. Sottrarsi al consumo quando l’identità coincide con ciò che si acquista. Sottrarsi all’odio quando esso diventa linguaggio pubblico. La disobbedienza della disperanza non coltiva illusioni. Non promette rivoluzioni imminenti né redenzioni collettive. Ma proprio per questo possiede una forza inattesa. Chi non attende ricompense può permettersi di essere libero. Chi non misura ogni gesto con il criterio del successo può continuare ad agire anche nelle stagioni più oscure. Forse la vera resistenza del nostro tempo non consiste nell’attendere un futuro migliore, ma nel rendere il presente meno disumano. Ed è in questa fedeltà ostinata, priva di illusioni ma non di responsabilità, che la disperanza cessa di essere una categoria del disincanto e diventa una forma esigente di libertà.

Disperanza e disobbedienza come forme di resistenza del nostro tempo.
n tempo paradossale quello in cui viviamo. Nonostante che Il futuro sia sempre più immaginato come il tempo dell’incertezza e dell’ambiguità, la politica, spesso attorcigliata nella sua inconsistenza, continua a promettere tempi migliori; l’economia assicura che le crisi saranno superate, magari producendo e lavorando di più; perfino la petulante psicologia positiva invita a coltivare ottimismo come condizione di un supposto benessere individuale. Sembra che sperare sia doveroso. Cresce, invece, quasi silenziosamente, un sentimento diverso, che prende le distanze dalla speranza. Non indulge al pessimismo, che continua a misurarsi con la probabilità del fallimento; né al nichilismo, che rinuncia a ogni valore. Piuttosto è ciò che lo scrittore colombiano, Álvaro Mutis, ha chiamato disperanza: una condizione esistenziale nella quale vengono meno le illusioni, ma non per questo si estingue la responsabilità.
La disperanza non coincide con la disperazione. Il disperato è ancora prigioniero della speranza perduta. Invece chi vive nella disperanza ha smesso di attendere che il mondo realizzi le proprie promesse. Continua a vivere, ad amare, a creare, a combattere, ma senza confidare in un approdo salvifico della storia. È una differenza sottile, ma decisiva. Nella figura di Maqroll il Gabbiere, Mutis racconta uomini che non attendono la felicità, né confidano in un ordine capace di ricompensare il bene. Agiscono perché quella è la loro misura umana, non perché immaginino una redenzione imminente. La loro è una fedeltà alla vita, non alla vittoria.
Giorgio Caproni, tra i maggiori poeti italiani del Novecento, nella stagione estrema della sua poesia, abita questa stessa soglia. Il suo dio tace, la verità sfugge, ogni certezza si dissolve. Ma la poesia continua a interrogare il mondo. La parola non salva, impedisce però che il silenzio divenga complicità. Ecco i suoi versi, dalla raccolta del 1982, Il franco cacciatore
Disperanza Mi buttai un’altra volta/A capo in giù./All’avventura./Nel mio folle pensare,/bruciai il fiume./La volta/del bosco./L’aratura./Mi fiaccai il collo./Invano./Invano tentai di sfondare/Il muro della paura.
Il recente e prezioso libriccino di Franco Marcoaldi, La disperanza, trasforma questa disposizione in una pratica quotidiana dell’attenzione. Se il futuro non garantisce alcun risarcimento, resta la possibilità di abitare responsabilmente il presente, di sottrarsi all’accelerazione permanente, di custodire una forma minima ma ostinata di umanità. “La disperanza non è affatto cupa, fosca, inerte. Al contrari, nella sua felice ambiguità, rappresenta il volano ideale di molteplici aspetti liberatori per l’individuo capace di farla propria”.
Vito Teti è un antropologo noto per aver coniato il neologismo della restanza. La sua idea di disperanza, descritta in un’interessante voce della Treccani on line, assume la forma del restare. Nel tempo dello sradicamento permanente, dell’abbandono dei paesi, della dissoluzione dei legami comunitari, abitare un luogo significa resistere alla cancellazione della memoria. Non è nostalgia. È un gesto politico. Questi autori sembrano convergere in un’intuizione comune: la speranza non può più costituire il fondamento dell’azione.
Per lungo tempo la modernità ha alimentato una narrazione progressiva della storia. La scienza avrebbe sconfitto la miseria, la tecnica avrebbe ridotto il lavoro necessario, la democrazia avrebbe esteso i diritti, il mercato avrebbe prodotto benessere diffuso. Oggi quella narrazione appare incrinata. Le crisi ambientali, le guerre, l’aumento delle disuguaglianze, la precarizzazione dell’esistenza, il ritorno dei nazionalismi mostrano un futuro molto meno lineare di quanto il Novecento avesse immaginato. Se la speranza vacilla, anche l’azione rischia di paralizzarsi. È qui che la disperanza può diventare una categoria politica. Non perché prometta alternative già disponibili, ma perché libera l’agire dall’ossessione del risultato. Si disobbedisce non perché si è certi di vincere, ma perché alcune forme di obbedienza diventano moralmente impraticabili.
La storia offre numerosi esempi di questa postura. Antigone seppellisce il fratello pur sapendo di andare incontro alla morte. Bartleby risponde con il suo ostinato «Preferirei di no» senza immaginare alcuna rivoluzione. Lorenzo Milani scrive che «l’obbedienza non è più una virtù» non perché intraveda una società perfetta, ma perché riconosce il primato della coscienza sulla disciplina. Rosa Parks non sapeva che il suo gesto avrebbe cambiato la storia; sapeva soltanto che continuare a obbedire avrebbe significato accettare l’ingiustizia. La disobbedienza, in questa prospettiva, non è un mezzo per raggiungere un fine. Diventa una forma dell’abitare il mondo. Forse è proprio questo che manca oggi ai professionisti della politica, presente invece anche se in misura ancora insoddisfacente nei movimenti giovanili e sociali. La disperanza suggerisce invece un’altra grammatica dell’azione: agire senza garanzia. Resistere senza promessa. Custodire valori che non dipendono dal loro successo storico. In un’epoca dominata dalla prestazione, anche l’impegno politico è stato assorbito dalla logica del rendimento. Si milita per ottenere risultati misurabili, si partecipa se si intravedono cambiamenti rapidi, si abbandona quando questi tardano ad arrivare. La disperanza rompe questo schema. Restituisce dignità ai gesti apparentemente inutili: la cura di un luogo, la difesa di un paesaggio, l’insegnamento, l’accoglienza dello straniero, la scelta di sottrarsi a consumi imposti, il rifiuto di linguaggi violenti, la costruzione di relazioni non competitive. Sono pratiche che non cambiano immediatamente il mondo, ma impediscono che il mondo cambi definitivamente noi.
È questa, probabilmente, la forma più radicale della disobbedienza contemporanea. Non la rivolta spettacolare, facilmente riassorbita dalla comunicazione e dal mercato, ma la sottrazione. Sottrarsi all’accelerazione quando tutto impone velocità. Sottrarsi alla competizione quando ogni relazione viene trasformata in prestazione. Sottrarsi al consumo quando l’identità coincide con ciò che si acquista. Sottrarsi all’odio quando esso diventa linguaggio pubblico. La disobbedienza della disperanza non coltiva illusioni. Non promette rivoluzioni imminenti né redenzioni collettive. Ma proprio per questo possiede una forza inattesa. Chi non attende ricompense può permettersi di essere libero. Chi non misura ogni gesto con il criterio del successo può continuare ad agire anche nelle stagioni più oscure. Forse la vera resistenza del nostro tempo non consiste nell’attendere un futuro migliore, ma nel rendere il presente meno disumano. Ed è in questa fedeltà ostinata, priva di illusioni ma non di responsabilità, che la disperanza cessa di essere una categoria del disincanto e diventa una forma esigente di libertà.