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Le storie che non ci sono più
Quote from Guido Croci on 3 April 2026, 19:47
La community è oggi l’unico concreto antidoto che ci salverà dalla distruzione del senso di comunità? La circolazione digitale delle informazioni ci salveranno dall’impoverimento dell’animo umano? A chi giova raccontare storie?
Stamattina, sotto la doccia, riflettevo sulle parole che il mio amico Uno mi avevo donato la sera prima. L’ampliamento della community – mi diceva - è, oggi, l’unico concreto antidoto che ci salverà dalla distruzione del senso di comunità. La circolazione digitale delle informazioni e la crescente trasparenza ci salveranno dall’impoverimento dell’animo umano.
Ma, intanto, cos’è una o la community? La domanda mi sembrava legittima, visto che – come auspicava il mio amico Uno - dovremo assistere al suo avvento in virtuosa sostituzione di un senso di comunità sempre più stretto all’angolo, giacché, è evidente, che quest’ultimo vive di prossimità, di traspirazione, di calore umano, vive, insomma, di fattori che esulano dal vocabolario dell’odierno linguaggio digitale. La risposta più sensata che mi è venuta in mente – tra una goccia e l’altra – è che la community è composta, sì – almeno per il momento - da esseri umani, ma da esseri umani che hanno quale atteggiamento preponderante quello di consumare. Se così è, la community, allora, è la versione mercificata della comunità. Il che non significa affatto che la community possa sostituire la comunità in modo, per così dire, indolore. Va bene che siamo tutti consumatori, ma forse siamo anche qualcos’altro. Questo mi è venuto da dire. Speravo di avere ragione. Ma ero solo, sotto la doccia.
Ecco allora che mi sono poi chiesto: la community è in grado di accendere nuovamente quel fuoco attorno al quale per secoli gli esseri umani si sono raccolti per raccontarsi l’un l’altro delle storie? Le storie sono una “roba” che parte fredda e diventa calda, talvolta pure bollente. “Roba” che brucia. Ebbene, quel fuoco l’abbiamo sostituito con gli schermi digitali, freddi, che allontanano, isolano – non aggregano - e che fanno degli esseri umani dei consumatori. I consumatori sono esseri solitari. Non danno vita ad alcuna comunità. A nessuna storia nel vero senso della parola. Perché le storie, così come le conoscevamo prima dell’avvento dell’era digitale, avevano un inizio e una fine, offrivano senso e identità, mentre le storie che noi oggi condividiamo sulle piattaforme social spesso sono un cumulo disordinato di informazioni, se non una mera esibizione o promozione di sé stessi. Postare e mettere like, sono pratiche consumistiche, e non fanno che intensificare la crisi di un’esperienza narrativa affrancata e a tutto tondo. In più, il sistema economico si è letteralmente appropriato della prassi lirica: basta guardare le ultime strategie di marketing, sempre più centrate sul tentativo di attrarre nuovi clienti tramite un abito narrativo cucito addosso a un determinato prodotto.
Questo mi dicevo – ancora sotto la doccia - e sempre sperando di avere ragione.

La community è oggi l’unico concreto antidoto che ci salverà dalla distruzione del senso di comunità? La circolazione digitale delle informazioni ci salveranno dall’impoverimento dell’animo umano? A chi giova raccontare storie?
Stamattina, sotto la doccia, riflettevo sulle parole che il mio amico Uno mi avevo donato la sera prima. L’ampliamento della community – mi diceva - è, oggi, l’unico concreto antidoto che ci salverà dalla distruzione del senso di comunità. La circolazione digitale delle informazioni e la crescente trasparenza ci salveranno dall’impoverimento dell’animo umano.
Ma, intanto, cos’è una o la community? La domanda mi sembrava legittima, visto che – come auspicava il mio amico Uno - dovremo assistere al suo avvento in virtuosa sostituzione di un senso di comunità sempre più stretto all’angolo, giacché, è evidente, che quest’ultimo vive di prossimità, di traspirazione, di calore umano, vive, insomma, di fattori che esulano dal vocabolario dell’odierno linguaggio digitale. La risposta più sensata che mi è venuta in mente – tra una goccia e l’altra – è che la community è composta, sì – almeno per il momento - da esseri umani, ma da esseri umani che hanno quale atteggiamento preponderante quello di consumare. Se così è, la community, allora, è la versione mercificata della comunità. Il che non significa affatto che la community possa sostituire la comunità in modo, per così dire, indolore. Va bene che siamo tutti consumatori, ma forse siamo anche qualcos’altro. Questo mi è venuto da dire. Speravo di avere ragione. Ma ero solo, sotto la doccia.
Ecco allora che mi sono poi chiesto: la community è in grado di accendere nuovamente quel fuoco attorno al quale per secoli gli esseri umani si sono raccolti per raccontarsi l’un l’altro delle storie? Le storie sono una “roba” che parte fredda e diventa calda, talvolta pure bollente. “Roba” che brucia. Ebbene, quel fuoco l’abbiamo sostituito con gli schermi digitali, freddi, che allontanano, isolano – non aggregano - e che fanno degli esseri umani dei consumatori. I consumatori sono esseri solitari. Non danno vita ad alcuna comunità. A nessuna storia nel vero senso della parola. Perché le storie, così come le conoscevamo prima dell’avvento dell’era digitale, avevano un inizio e una fine, offrivano senso e identità, mentre le storie che noi oggi condividiamo sulle piattaforme social spesso sono un cumulo disordinato di informazioni, se non una mera esibizione o promozione di sé stessi. Postare e mettere like, sono pratiche consumistiche, e non fanno che intensificare la crisi di un’esperienza narrativa affrancata e a tutto tondo. In più, il sistema economico si è letteralmente appropriato della prassi lirica: basta guardare le ultime strategie di marketing, sempre più centrate sul tentativo di attrarre nuovi clienti tramite un abito narrativo cucito addosso a un determinato prodotto.
Questo mi dicevo – ancora sotto la doccia - e sempre sperando di avere ragione.