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Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito. Il mio viaggiare È stato tutto un restare Qua, dove non fui mai.
Giorgio Caproni, Il franco cacciatore
Forse ai nostri giorni l'obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere.
Michel Foucault, Poteri e strategie
Mission

Il blog della rivista Transiti nasce qui: in questo spazio di passaggio. Non come luogo di sosta definitiva, ma come soglia. Uno spazio aperto in cui fermare gli sguardi, rallentare il pensiero, provare a dare forma alle domande che attraversano la società, la letteratura, il cinema.

Se la rivista in versione cartacea, con uscite quadrimestrali, pubblicata da Les Flâneurs Edizioni, si prende il tempo dell’approfondimento, della costruzione argomentata, della riflessione distesa, il blog ne sarà il laboratorio dinamico: un luogo di interventi brevi, recensioni, note critiche, dialoghi, anticipazioni. Uno spazio in cui le idee possono nascere, misurarsi, talvolta anche contraddirsi.

Transiti non è solo un titolo, è una condizione. Sono le trasformazioni del lavoro e delle identità, le migrazioni culturali, i mutamenti del linguaggio. Transiti sono le opere letterarie che rileggono il passato per interrogare il futuro.  Sono le immagini cinematografiche che raccontano le fratture e le possibilità del nostro tempo.

In un’epoca dominata da polarizzazioni e slogan, crediamo ancora nel valore dell’argomentazione, nel dubbio come metodo, nella critica come forma di responsabilità. Non per costruire élite culturali, ma per alimentare una comunità di lettori esigenti e consapevoli.

Questo blog non offrirà risposte definitive. Proverà piuttosto a formulare domande migliori. Perché attraversare il presente non significa subirlo, significa comprenderne le tensioni, riconoscerne i conflitti, immaginarne gli sviluppi.

Benvenuti in questo spazio di passaggio. Benvenuti nei Transiti del nostro tempo.

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L’obsolescenza programmata

L’articolo sostiene che oggi l’obsolescenza programmata e quella simbolica coincidono di fatto, perché più che i difetti imposti dalle industrie è il consumatore stesso, influenzato da pubblicità e marketing, a sostituire rapidamente i prodotti prima che smettano davvero di funzionare.

Serge Latouche (Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, Bollati Boringhieri, 2015) osserva che c’è una obsolescenza tecnica: la fine di un prodotto a seguito della perdita delle sue potenzialità o utilità, una obsolescenza programmata: ovverosia l’intenzionale introduzione di un difetto in un prodotto, e una obsolescenza simbolica: il precoce declassamento di un prodotto a opera della pubblicità e della moda. Ebbene: le due ultime forme di obsolescenza (programmata e simbolica), al di là degli aspetti formali, costituiscono ormai, nella sostanza, un unico fenomeno.
Infatti, se da un lato, non è affatto facile provare che una lobby industriale abbia deliberatamente introdotto in un apparecchio un pezzo difettoso, per costringere l’utilizzatore a comprarne uno nuovo, dall’altro è evidente che la vita limitata degli apparecchi oggi corrisponde del tutto al desiderio degli stessi utilizzatori, la maggioranza dei quali non aspetta la morte tecnica di un bene per acquistarne un altro (o un nuovo modello dello stesso bene). Esempi emblematici sono il cellulare e l’automobile, ma non sono certo i soli. Insomma: se mai c’è stato un momento in cui ci sia stato interesse da parte di una lobby industriale ad agire nei termini di obsolescenza programmata – ed è tutto da dimostrare – oggi ne mancano del tutto i presupposti.
Oggi facciamo tutto noi. Felicemente acquistiamo, rapidamente consumiamo e tranquillamente buttiamo via. Una vera pacchia per le lobby industriali, la cui unica preoccupazione rimane quella di agire sul versante dell’obsolescenza simbolica e, dunque, di investire sempre più massicciamente nella funzione marketing, nella pubblicità, che non a caso costituisce il più rilevante affare mondiale, secondo solo all’industria delle armi.