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L’obsolescenza programmata
Quote from Guido Croci on 11 March 2026, 8:54
L’articolo sostiene che oggi l’obsolescenza programmata e quella simbolica coincidono di fatto, perché più che i difetti imposti dalle industrie è il consumatore stesso, influenzato da pubblicità e marketing, a sostituire rapidamente i prodotti prima che smettano davvero di funzionare.
Serge Latouche (Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, Bollati Boringhieri, 2015) osserva che c’è una obsolescenza tecnica: la fine di un prodotto a seguito della perdita delle sue potenzialità o utilità, una obsolescenza programmata: ovverosia l’intenzionale introduzione di un difetto in un prodotto, e una obsolescenza simbolica: il precoce declassamento di un prodotto a opera della pubblicità e della moda. Ebbene: le due ultime forme di obsolescenza (programmata e simbolica), al di là degli aspetti formali, costituiscono ormai, nella sostanza, un unico fenomeno.
Infatti, se da un lato, non è affatto facile provare che una lobby industriale abbia deliberatamente introdotto in un apparecchio un pezzo difettoso, per costringere l’utilizzatore a comprarne uno nuovo, dall’altro è evidente che la vita limitata degli apparecchi oggi corrisponde del tutto al desiderio degli stessi utilizzatori, la maggioranza dei quali non aspetta la morte tecnica di un bene per acquistarne un altro (o un nuovo modello dello stesso bene). Esempi emblematici sono il cellulare e l’automobile, ma non sono certo i soli. Insomma: se mai c’è stato un momento in cui ci sia stato interesse da parte di una lobby industriale ad agire nei termini di obsolescenza programmata – ed è tutto da dimostrare – oggi ne mancano del tutto i presupposti.
Oggi facciamo tutto noi. Felicemente acquistiamo, rapidamente consumiamo e tranquillamente buttiamo via. Una vera pacchia per le lobby industriali, la cui unica preoccupazione rimane quella di agire sul versante dell’obsolescenza simbolica e, dunque, di investire sempre più massicciamente nella funzione marketing, nella pubblicità, che non a caso costituisce il più rilevante affare mondiale, secondo solo all’industria delle armi.

L’articolo sostiene che oggi l’obsolescenza programmata e quella simbolica coincidono di fatto, perché più che i difetti imposti dalle industrie è il consumatore stesso, influenzato da pubblicità e marketing, a sostituire rapidamente i prodotti prima che smettano davvero di funzionare.
Serge Latouche (Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, Bollati Boringhieri, 2015) osserva che c’è una obsolescenza tecnica: la fine di un prodotto a seguito della perdita delle sue potenzialità o utilità, una obsolescenza programmata: ovverosia l’intenzionale introduzione di un difetto in un prodotto, e una obsolescenza simbolica: il precoce declassamento di un prodotto a opera della pubblicità e della moda. Ebbene: le due ultime forme di obsolescenza (programmata e simbolica), al di là degli aspetti formali, costituiscono ormai, nella sostanza, un unico fenomeno.
Infatti, se da un lato, non è affatto facile provare che una lobby industriale abbia deliberatamente introdotto in un apparecchio un pezzo difettoso, per costringere l’utilizzatore a comprarne uno nuovo, dall’altro è evidente che la vita limitata degli apparecchi oggi corrisponde del tutto al desiderio degli stessi utilizzatori, la maggioranza dei quali non aspetta la morte tecnica di un bene per acquistarne un altro (o un nuovo modello dello stesso bene). Esempi emblematici sono il cellulare e l’automobile, ma non sono certo i soli. Insomma: se mai c’è stato un momento in cui ci sia stato interesse da parte di una lobby industriale ad agire nei termini di obsolescenza programmata – ed è tutto da dimostrare – oggi ne mancano del tutto i presupposti.
Oggi facciamo tutto noi. Felicemente acquistiamo, rapidamente consumiamo e tranquillamente buttiamo via. Una vera pacchia per le lobby industriali, la cui unica preoccupazione rimane quella di agire sul versante dell’obsolescenza simbolica e, dunque, di investire sempre più massicciamente nella funzione marketing, nella pubblicità, che non a caso costituisce il più rilevante affare mondiale, secondo solo all’industria delle armi.