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Tra eccesso di senso e rarefazione dell’esperienza
Quote from Sergio D'angelo on 10 April 2026, 14:46
C’è una forma di smarrimento che non nasce dal vuoto, ma dall’eccesso. Non è il silenzio del mondo a disorientarci, bensì il suo rumore continuo, la moltiplicazione dei significati, delle interpretazioni, delle possibilità. La modernità avanzata non è caratterizzata dalla perdita di senso, quanto piuttosto da una proliferazione di “riserve di senso” (Peter Berger). Tradizioni, visioni del mondo, stili di vita e sistemi simbolici convivono senza più un centro stabile, rendendo ogni scelta possibile ma anche fragile, reversibile, esposta al dubbio.
Se nelle società tradizionali il senso era dato, inscritto nelle istituzioni, nella religione, nella comunità, oggi esso è divenuto un compito individuale. L’individuo contemporaneo è chiamato a orientarsi in un paesaggio plurale: nessuna narrazione è definitivamente vincolante. Ma questa libertà, lungi dall’essere solo emancipazione, può trasformarsi in inquietudine. Scegliere tra molte possibilità significa anche non potersi più affidare pienamente a nessuna. Al disorientamento si intreccia la trasformazione dell’esperienza. Nella contemporaneità, essa tende a perdere profondità e continuità: è sempre più frammentata, accelerata, mediata. Viviamo molto, ma tratteniamo poco. Le nostre vite sono attraversate da eventi, immagini, informazioni che si susseguono senza sedimentarsi. L’esperienza non scompare, ma si fa più labile, meno capace di costruire memoria e riflessività.
Il nostro presente si espande fino a occupare tutto l’orizzonte, comprimendo passato e futuro. E’ n questo eterno presente che le esperienze restano episodi isolati, difficili da integrare in un senso complessivo. È qui che lo smarrimento assume una forma nuova: non tanto perdita di orientamento, quanto difficoltà a costruirlo. Su questo sfondo si innesta la promessa del neoliberalismo, che ha fatto dell’ampliamento delle possibilità individuali il proprio orizzonte normativo. Più scelta, più libertà, più opportunità: è questa la grammatica che ha accompagnato la trasformazione delle società negli ultimi decenni. Eppure, gli esiti empirici raccontano una storia più ambigua. L’abbondanza di possibilità non si traduce in sicurezza o realizzazione, ma spesso in precarietà, competizione permanente, vulnerabilità diffusa.
L’individuo deve continuamente reinventarsi, adattarsi, performare. L’eccesso di opzioni si trasforma in pressione, e la libertà in obbligo. Si vive in uno stato di attesa inquieta, sospesi tra ciò che si potrebbe essere e ciò che non si riesce a diventare. Il paradosso contemporaneo è in questa tensione: da un lato, un eccesso di senso disponibile e di possibilità promesse; dall’altro, una crisi della capacità di farne esperienza significativa e di tradurle in vite solide.
E’ allora possibile imparare a sostare in questa pluralità senza esserne travolti?: Riconoscere che lo smarrimento non è solo una perdita, ma potrebbe trasformarsi in una condizione di apertura?

C’è una forma di smarrimento che non nasce dal vuoto, ma dall’eccesso. Non è il silenzio del mondo a disorientarci, bensì il suo rumore continuo, la moltiplicazione dei significati, delle interpretazioni, delle possibilità. La modernità avanzata non è caratterizzata dalla perdita di senso, quanto piuttosto da una proliferazione di “riserve di senso” (Peter Berger). Tradizioni, visioni del mondo, stili di vita e sistemi simbolici convivono senza più un centro stabile, rendendo ogni scelta possibile ma anche fragile, reversibile, esposta al dubbio.
Se nelle società tradizionali il senso era dato, inscritto nelle istituzioni, nella religione, nella comunità, oggi esso è divenuto un compito individuale. L’individuo contemporaneo è chiamato a orientarsi in un paesaggio plurale: nessuna narrazione è definitivamente vincolante. Ma questa libertà, lungi dall’essere solo emancipazione, può trasformarsi in inquietudine. Scegliere tra molte possibilità significa anche non potersi più affidare pienamente a nessuna. Al disorientamento si intreccia la trasformazione dell’esperienza. Nella contemporaneità, essa tende a perdere profondità e continuità: è sempre più frammentata, accelerata, mediata. Viviamo molto, ma tratteniamo poco. Le nostre vite sono attraversate da eventi, immagini, informazioni che si susseguono senza sedimentarsi. L’esperienza non scompare, ma si fa più labile, meno capace di costruire memoria e riflessività.
Il nostro presente si espande fino a occupare tutto l’orizzonte, comprimendo passato e futuro. E’ n questo eterno presente che le esperienze restano episodi isolati, difficili da integrare in un senso complessivo. È qui che lo smarrimento assume una forma nuova: non tanto perdita di orientamento, quanto difficoltà a costruirlo. Su questo sfondo si innesta la promessa del neoliberalismo, che ha fatto dell’ampliamento delle possibilità individuali il proprio orizzonte normativo. Più scelta, più libertà, più opportunità: è questa la grammatica che ha accompagnato la trasformazione delle società negli ultimi decenni. Eppure, gli esiti empirici raccontano una storia più ambigua. L’abbondanza di possibilità non si traduce in sicurezza o realizzazione, ma spesso in precarietà, competizione permanente, vulnerabilità diffusa.
L’individuo deve continuamente reinventarsi, adattarsi, performare. L’eccesso di opzioni si trasforma in pressione, e la libertà in obbligo. Si vive in uno stato di attesa inquieta, sospesi tra ciò che si potrebbe essere e ciò che non si riesce a diventare. Il paradosso contemporaneo è in questa tensione: da un lato, un eccesso di senso disponibile e di possibilità promesse; dall’altro, una crisi della capacità di farne esperienza significativa e di tradurle in vite solide.
E’ allora possibile imparare a sostare in questa pluralità senza esserne travolti?: Riconoscere che lo smarrimento non è solo una perdita, ma potrebbe trasformarsi in una condizione di apertura?