L’abbandono silenzioso del lavoro
Da qualche anno, un fenomeno, difficile da rilevare statisticamente ma che si diffonde con pervasività carsica, caratterizza il mondo del lavoro nel nostro Paese: l’abbandono silenzioso (Quiet Quitting), che consiste in una ridefinizione “soggettiva” del proprio rapporto di lavoro.
Ossia, il lavoratore quiet quitter ridurrebbe l’impegno dedicato allo svolgimento delle proprie attività lavorative sia in termini quantitativi, nel fare l’indispensabile pur nel rispetto dei compiti assegnati e dell’orario di lavoro, sia manifestando un modesto coinvolgimento. Si assiste a una diffusa disaffezione al lavoro e, come riferisce il V Rapporto Censis, si verifica un “declassamento valoriale del lavoro, non più epicentro delle vite e delle aspirazioni, ma riportato al rango di una delle tante attività di cui si compone il puzzle quotidiano delle vite individuali.” Il lavoro perderebbe un suo specifico connotato, quello di attribuire status e riconoscimento sociale e professionale. Non avrebbe più la rilevanza di qualche decennio fa, poiché nella vita di gran parte dei lavoratori crescerebbe l’importanza di fattori alternativi: più tempo per sé stessi e meno da dedicare al lavoro, più attenzione da destinare alla famiglia e alle proprie passioni e un deciso rifiuto delle attività lavorative straordinarie che eccedano i compiti definiti contrattualmente.
La percentuale dei lavoratori italiani soddisfatti del proprio lavoro è appena del 4 per cento (la più bassa tra i Paesi partecipanti all’inchiesta di Gallup Poll). E come conferma il Rapporto Censis ben l’82,3 per cento dei lavoratori è insoddisfatta e ritiene di meritare di più. Una delle principali spiegazioni della tendenza all’abbandono la ritroviamo nelle caratteristiche strutturali del mercato del lavoro italiano che non facilita un incontro soddisfacente tra domanda e offerta di lavoro. La quota delle professioni intellettuali, nel nostro Paese, è tra le più basse d’Europa e non crescono in misura soddisfacente gli occupati nell’istruzione, nella sanità e nei servizi alle imprese. Insomma l’Italia presenta una domanda di lavoro orientata verso le basse qualifiche, diversamente da quanto accade nel resto d’Europa.
Per ora, si abbandona tacitamente un lavoro spesso scadente e pressante, ma non è da escludere che il silenzio possa trasformarsi in conflitto esplicito. Imprenditori e policy maker, al di la delle dichiarazioni incaute sul tasso di occupazione, avrebbero di che riflettere e preoccuparsi.