L’uguaglianza dei conquistadores
La questione delle feroci azioni di conquista del Vecchio Mondo a danno di quello Nuovo fu sollevata, nel Seicento, dalla dottrina giusnaturalista, a cui, però, non seguì, almeno nell’immediato, un cambiamento sostanziale dell’opera di colonizzazione coatta.
I termini “uguaglianza” e “disuguaglianza” entrarono a far parte del lessico comune all’inizio del Seicento, sotto l’influsso del giusnaturalismo, legato, quest’ultimo, alle implicazioni giuridiche e morali delle conquiste europee nel Nuovo Mondo. Le violente aggressioni inflitte alle popolazioni autoctone sembravano, infatti, non trovare alcuna giustificazione, perché quelle popolazioni – agli occhi dei tanti – non rappresentavano una minaccia per gli europei. Erano – o quanto meno – apparivano come del tutto pacifiche. Inoltre, non potevano neppure rientrare nella categoria degli infedeli, giacché le stesse non conoscevano la figura del Cristo e non avevano idea della dottrina da lui propugnata. I conquistadores risolsero il dilemma in modo, diciamo, molto pragmatico: prima leggevano un passo in latino dove esortavano le genti a convertirsi, e poi – attesa l’ovvia mancata attestazione, poiché, di quelle parole, quelle genti nulla capivano – le massacravano (D. Graeber, D. Wengrow, L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Rizzoli, 2022).
D’altro canto, nulla produssero i svariati tentativi di presentare gli abitanti delle Americhe come non appartenenti al genere umano, alla stregua o poco più di animali, in quanto era conclamato che quegli abitanti, al contrario, vivevano in comunità mature, con governi, leggi e precise regole di convivenza. Il dibattito si spostò allora su un diverso quesito; ci si chiese quali diritti avessero gli esseri umani per la semplice ragione di essere, appunto, umani. Le risposte ci furono, ma non portarono all’esito sperato: si arrivò ad ammettere che, sì, gli indiani delle Americhe erano effettivamente esseri umani, ma che si poteva andare ugualmente avanti con la conquista dei loro territori, a patto che il trattamento loro inflitto non fosse troppo crudele. Si auspicava di portare a termine l’operazione di colonizzazione coatta, non andando però oltre qualche sonora, ma in fondo innocua, sculacciata. Graeber e Wengrow evidenziano che molte delle operazioni di feroce conquista furono compiute all’insaputa delle autorità superiori, il che – ammesso e non concesso che fosse vero – non cambierebbe di molto la sconsideratezza e la viltà di quelle azioni. La mia idea, non suffragata, evidentemente, da alcun fatto, diciamo, “a naso”, è che quelle autorità superiori, civili e religiose, si comportarono, al dunque, come le tre scimmiette. Anche se i fatti ci sarebbero eccome: molti missionari ritornati in patria esposero a più voci cosa stava davvero succedendo in quelle lontane terre, ma quelle terre erano, appunto, lontane… Lontane dagli occhi, e pure lontane dal cuore, per dirla – più o meno – con le parole di Sergio Endrigo.