«Non si sa come»: l’enigma dell’Io sul palcoscenico
L’opera Non si sa come di Luigi Pirandello, nell’allestimento della compagnia Diaghilev diretta da Paolo Panaro, esplora con intensità la crisi della coscienza di un uomo travolto da un gesto inspiegabile, mettendo in scena la fragilità dell’identità e l’ambiguità della colpa.
Nel cuore dell’agire umano, dove la ragione pretende di governare ogni impulso, si apre talvolta una frattura improvvisa. Un cedimento oscuro – un gesto compiuto «non si sa come» – trascina l’individuo in una vertigine morale da cui non è più possibile tornare indietro. L’Io si scinde: spettatore sgomento e giudice implacabile di sé stesso. Memoria e oblio si affrontano come forze antagoniste, il rimorso diventa eco persistente, la coscienza, un’arena di lacerazioni.
In questa spirale precipita il conte Romeo Daddi, protagonista di una delle opere teatrali più criptiche e meno note di Luigi Pirandello: tre atti scritti nel 1934, pensati per Alessandro Moissi, attore austriaco molto noto in quegli anni, e scomparso prima di poterlo interpretare. Non si sa come è la tragedia di un uomo apparentemente irreprensibile il quale, senza una reale motivazione, tradisce la devota moglie Bice e l’amico fraterno Giorgio Vanzi. Un gesto, almeno in apparenza, inspiegabile, che genera un cortocircuito di ricordi e riflessioni deliranti. Fatalità e colpa, responsabilità e rimozione si scontrano e liberano un ricordo sepolto: un delitto compiuto ‘per caso’ in gioventù. La confessione – tentativo estremo di espiazione – appare allora non come scelta, ma come esito fatale di un destino ineluttabile. Tuttavia se una azione nasce “non si sa come”, da una zona oscura dell’essere, fino a che punto possiamo dirci colpevoli?
La compagnia Diaghilev di Paolo Panaro torna dopo la Giornata di un uomo senza volto, a confrontarsi con la drammaturgia pirandelliana in un allestimento che ha ottenuto il favore del pubblico, come testimoniano le quarantaquattro repliche al teatro della Vallisa di Bari. L’artista barese trasforma il palcoscenico in uno spazio mentale, un ‘altroquando’, dove il tempo si dilata, quasi sospeso. Panaro, anche attore nel ruolo del marchese Respi, lavora abilmente per sottrazione. Il suo personaggio appare quasi trattenuto nella voce e nei silenzi. Si evita qualsivoglia psicologismo e soprattutto si rifugge dallo spiegare ciò che non si può spiegare. Ne deriva una recitazione asciutta, quasi scarnificata, che mette lo spettatore davanti a una domanda senza risposta.
Marginale il ruolo della musica. Poche battute di canzoni d’epoca – tra cui Lili Marleen nella celebre interpretazione di Marlene Dietrich – emergono tra un atto e l’altro come sospensioni malinconiche nel buio delle brevissime pause. Più insistente, quasi perturbante, il cinguettio degli uccelli che attraversa gran parte del primo atto: talvolta appena percettibile, altre volte fastidioso contrappunto ai dialoghi serrati. Le luci abbaglianti e orientate sui protagonisti come fari implacabili, scolpiscono volti e posture che emergono dal buio circostante, rivelando colpe e rimorsi con intensità diremmo quasi caravaggesca. I costumi di Angela Gassi delineano con precisione psicologica i personaggi. Convince il Romeo Daddi interpretato da Francesco Lamacchia, efficace nel rendere il progressivo sgretolarsi di una coscienza che tenta disperatamente di riprendersi. Caterina Petrarulo dona a Ginevra un fascino ambiguo e inquieto, mentre Antonio Carella disegna con misura il ruolo dell’amico tradito.
L’allestimento restituisce con limpida efficacia la sorprendente modernità del testo pirandelliano. Con precisione quasi chirurgica l’autore scava nelle zone più oscure della coscienza, rivelando la fragilità costitutiva dell’Io e l’instabilità delle nostre maschere sociali. La regia di Panaro accoglie questa inquietudine e la traduce in una scena sobria ma tesa, capace di far emergere con incisività i dubbi sulla nostra identità e le nostre scelte.