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Forse ai nostri giorni l'obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere.
Michel Foucault, Poteri e strategie
Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito. Il mio viaggiare È stato tutto un restare Qua, dove non fui mai.
Giorgio Caproni, Il franco cacciatore
Mission

Il blog della rivista Transiti nasce qui: in questo spazio di passaggio. Non come luogo di sosta definitiva, ma come soglia. Uno spazio aperto in cui fermare gli sguardi, rallentare il pensiero, provare a dare forma alle domande che attraversano la società, la letteratura, il cinema.

Se la rivista in versione cartacea, con uscite quadrimestrali, pubblicata da Les Flâneurs Edizioni, si prende il tempo dell’approfondimento, della costruzione argomentata, della riflessione distesa, il blog ne sarà il laboratorio dinamico: un luogo di interventi brevi, recensioni, note critiche, dialoghi, anticipazioni. Uno spazio in cui le idee possono nascere, misurarsi, talvolta anche contraddirsi.

Transiti non è solo un titolo, è una condizione. Sono le trasformazioni del lavoro e delle identità, le migrazioni culturali, i mutamenti del linguaggio. Transiti sono le opere letterarie che rileggono il passato per interrogare il futuro.  Sono le immagini cinematografiche che raccontano le fratture e le possibilità del nostro tempo.

In un’epoca dominata da polarizzazioni e slogan, crediamo ancora nel valore dell’argomentazione, nel dubbio come metodo, nella critica come forma di responsabilità. Non per costruire élite culturali, ma per alimentare una comunità di lettori esigenti e consapevoli.

Questo blog non offrirà risposte definitive. Proverà piuttosto a formulare domande migliori. Perché attraversare il presente non significa subirlo, significa comprenderne le tensioni, riconoscerne i conflitti, immaginarne gli sviluppi.

Benvenuti in questo spazio di passaggio. Benvenuti nei Transiti del nostro tempo.

Vite di seconda mano

18 September 2026 - Società

Perché preferiamo guardare lo schermo anziché la finestra?

La prima cosa che tocchiamo al mattino è spesso uno schermo. L’ultima, prima di dormire, anche.
Prima ancora di ricordarci chi siamo, controlliamo chi sono stati gli altri durante la notte. Una fotografia, una storia, un messaggio, un like. Il mondo ci arriva attraverso il vetro di uno smartphone e, quasi senza accorgercene, cominciamo la giornata guardando vite che non sono la nostra.
È qui che nasce uno dei paradossi più curiosi della contemporaneità: per paura di perderci qualcosa della vita degli altri, rischiamo di perderci la nostra.
La FOMO, Fear Of Missing Out, non è soltanto la paura di essere esclusi. È la sensazione che, mentre noi siamo fermi, altrove stia accadendo qualcosa di più importante, più bello, più intenso. I social hanno trasformato questa sensazione in un’esperienza quotidiana: non dobbiamo più immaginare ciò che gli altri stanno facendo. Possiamo vederlo.
Ma vediamo soltanto ciò che scelgono di mostrare.
Il sociologo Erving Goffman aveva descritto la vita sociale come una sorta di teatro, nel quale gli individui costruiscono un’immagine di sé da presentare agli altri. I social sembrano aver trasformato quel palcoscenico in uno spazio permanente. Non rappresentiamo soltanto noi stessi: selezioniamo continuamente la versione di noi che vogliamo rendere visibile.
E così nasce un confronto assurdo: mettiamo a confronto la nostra vita intera con gli highlights della vita altrui.
Gli altri ci mostrano il viaggio, noi il traffico, ci mostrano la cena romantica, noi la discussione, ci mostrano il tramonto, noi la giornata di pioggia.Dimentichiamo che dietro ogni fotografia esiste una parte che non vediamo.Il problema, allora, non è che gli altri mentano. È che noi trasformiamo un frammento nella totalità.
Il rischio più sottile è diventare spettatori della nostra stessa esistenza.
Guardiamo gli altri vivere, commentiamo, giudichiamo, mettiamo un like. Ma vivere significa scegliere, rischiare, annoiarsi, fallire, attraversare momenti che non meritano una fotografia.
La normalità, sui social, quasi non esiste, eppure la maggior parte della nostra vita è normale, è fatta di mattine qualsiasi, telefonate, attese, lavori, silenzi, piccole felicità e grandi incertezze.
Byung-Chul Han ha osservato come la società contemporanea tenda a trasformare sempre più la vita in esposizione, prestazione e visibilità. Forse è proprio questo il punto: non ci basta più vivere qualcosa, sentiamo il bisogno che quella cosa sia visibile.
Non basta essere felici, noi dobbiamo sembrare felici, Non basta amare ma dobbiamo dimostrare di essere amati, non basta viaggiare, sentiamo l’esigenza di documentare il viaggio. A volte persino l’esperienza viene vissuta con un occhio rivolto allo spettatore.
È come se il pubblico fosse entrato nella nostra testa.
C’è poi il corpo.
Per migliaia di anni l’essere umano ha imparato a leggere il volto, la postura, il tono della voce, la distanza tra due corpi. Gran parte della comunicazione avviene al di là delle parole.
Poi abbiamo inventato uno spazio nel quale possiamo comunicare senza esserci.
Mandiamo un cuore invece di un abbraccio, un messaggio invece di una visita, un’emoji invece di un’espressione, un like invece di una carezza.
È la carezza di vetro: il tentativo di sostituire la presenza con un gesto digitale.
La sociologa Sherry Turkle ha studiato a lungo proprio questa ambivalenza: la tecnologia ci permette di essere costantemente connessi, ma può anche impoverire la qualità della nostra presenza reciproca. Possiamo essere in contatto con centinaia di persone e sentirci soli, possiamo ricevere decine di notifiche e non sentirci ascoltati, possiamo conoscere ogni dettaglio della vita di qualcuno senza averlo mai guardato davvero negli occhi.
E forse questo è il paradosso più grande: siamo diventati bravissimi a comunicare e, qualche volta, sempre meno capaci di stare insieme.
Non è necessario dichiarare guerra allo smartphone. Il problema non è il telefono. È ciò che gli permettiamo di diventare, uno strumento o un luogo? Una finestra sul mondo o un sostituto del Mondo? Forse dovremmo recuperare la capacità di fare cose che nessuno vedrà mai: Passeggiare senza fotografare, mangiare senza condividere, ascoltare qualcuno senza controllare il telefono, avere una giornata mediocre senza sentirci inadeguati, ma soprattutto amare senza trasformare l’amore in una prova pubblica.
Fare qualcosa semplicemente perché ci va, non perché merita di essere mostrato. Rivivere la sensazione di toccare una pagina di un libro e avvertire attraverso i nostri sensi, l’odore delle pagine, la ruvidità del foglio, come anche darci la possibilità di vivere tutte le emozioni di scrivere una lettera ad un nostro caro, la sensazione che quel pezzo di carta sia eterno e che qualunque cosa accadrà nel futuro, nel qui ed ora, la vita è in quelle parole, in quell’inchiostro sbiadito, alle volte, da lacrime di tristezza o allegria.
E allora forse la domanda da porsi quando il pollice ricomincia a scorrere sul vetro non è:
“Che cosa mi sto perdendo?” ma: “Che cosa sto perdendo mentre guardo?”
Forse una conversazione, un volto, un momento o semplicemente noi stessi.
Perché una vita non diventa più vera quando viene vista, diventa più vera quando viene vissuta.

E se ciò che ci spaventa non fosse soltanto la paura di perderci la vita degli altri, ma la difficoltà ad accettare che il nostro tempo e le nostre possibilità sono limitate? Che non possiamo fare esperienza di tutto ciò che vorremmo, di tutte le possibilità? E se il problema fosse nella scelta? O nel fatto che non abbiamo una vera e propria possibilità di scelta?
Kierkegaard si chiedeva che cosa significasse davvero scegliere. In Aut-Aut egli contrapponeva due modalità di esistenza: da una parte, la vita estetica, una ricerca continua di possibilità, esperienze, piacere, novità; difficoltà a vincolarsi a una scelta; dall’altra la vita etica, che consiste nell’assumere una scelta, un impegno, una direzione e quindi accettare necessariamente di rinunciare ad altre possibilità.
La riflessione di Kierkegaard diventa particolarmente contemporanea in quanto oggi ciascun soggetto può trovarsi davanti a un’infinità di possibilità: persone da conoscere, luoghi da visitare, esperienze da fare, eventi a cui partecipare, contenuti da vedere. I social rendono queste possibilità continuamente visibili. Ma vedere tutte queste possibilità non significa poterle vivere tutte.
Anzi, più possibilità vediamo, più può diventare difficile scegliere.
C’è un’immagine di Sylvia Plath, ne La campana di vetro, che sembra raccontare questa stessa inquietudine con una precisione sorprendentemente attuale.
La protagonista, Esther, immagina la propria vita come un albero di fichi. Ogni fico rappresenta una possibilità: una professione, un amore, una famiglia, un viaggio, una diversa versione di se stessa. Vorrebbe sceglierli tutti. Ma scegliere un fico significa lasciarne marcire un altro.
Il problema, allora, non è soltanto avere troppe possibilità. È sapere che non possiamo viverle tutte.
Forse è proprio questo che la FOMO rende così difficile da accettare. Ogni volta che scorriamo lo schermo, l’albero sembra diventare più grande: nuove persone, nuovi luoghi, nuove esperienze, nuove vite possibili. E ogni possibilità che vediamo può trasformarsi nella sensazione di una possibilità che stiamo perdendo.
Kierkegaard avrebbe detto che l’esistenza ci pone davanti a un aut-aut: scegliere significa prendere una direzione e, inevitabilmente, lasciare indietro le altre.
Plath, invece, ci mostra il dolore di trovarsi davanti a quell’albero e voler essere, contemporaneamente, tutti quei possibili “io”.
Forse la nostra epoca ha semplicemente costruito un albero di fichi infinito e ci ha messo uno schermo tra le mani.
E continuiamo a guardare i frutti che non abbiamo scelto, dimenticando che anche un fico, per diventare vita, deve essere raccolto.

Natalia Chiara Antonucci

Autore - numero di articoli pubblicati : 1

Natalia Chiara Antonucci

Sara Marcianó

Autore - numero di articoli pubblicati : 1

Sara Marcianó