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Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito. Il mio viaggiare È stato tutto un restare Qua, dove non fui mai.
Giorgio Caproni, Il franco cacciatore
Forse ai nostri giorni l'obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere.
Michel Foucault, Poteri e strategie
Mission

Il blog della rivista Transiti nasce qui: in questo spazio di passaggio. Non come luogo di sosta definitiva, ma come soglia. Uno spazio aperto in cui fermare gli sguardi, rallentare il pensiero, provare a dare forma alle domande che attraversano la società, la letteratura, il cinema.

Se la rivista in versione cartacea, con uscite quadrimestrali, pubblicata da Les Flâneurs Edizioni, si prende il tempo dell’approfondimento, della costruzione argomentata, della riflessione distesa, il blog ne sarà il laboratorio dinamico: un luogo di interventi brevi, recensioni, note critiche, dialoghi, anticipazioni. Uno spazio in cui le idee possono nascere, misurarsi, talvolta anche contraddirsi.

Transiti non è solo un titolo, è una condizione. Sono le trasformazioni del lavoro e delle identità, le migrazioni culturali, i mutamenti del linguaggio. Transiti sono le opere letterarie che rileggono il passato per interrogare il futuro.  Sono le immagini cinematografiche che raccontano le fratture e le possibilità del nostro tempo.

In un’epoca dominata da polarizzazioni e slogan, crediamo ancora nel valore dell’argomentazione, nel dubbio come metodo, nella critica come forma di responsabilità. Non per costruire élite culturali, ma per alimentare una comunità di lettori esigenti e consapevoli.

Questo blog non offrirà risposte definitive. Proverà piuttosto a formulare domande migliori. Perché attraversare il presente non significa subirlo, significa comprenderne le tensioni, riconoscerne i conflitti, immaginarne gli sviluppi.

Benvenuti in questo spazio di passaggio. Benvenuti nei Transiti del nostro tempo.

Foucault: il pensiero come arte di non lasciarsi condurre

10 October 2026 - Società

Per Michel Foucault, di cui il 15 ottobre prossimo ricorre il centenario della nascita, la critica è "l'arte di un’insubordinazione volontaria e un’indocilità riflessiva" che si esercita con la cura del sé, ossia attraverso il rapporto con i discorsi: con ciò che si ascolta, si legge, si scrive e si dice.

Dedico questa breve riflessione ai giovani della generazione Zeta

Il prossimo 15 ottobre è il centenario della nascita di Michel Foucault. Si è soliti ricordarlo come il filosofo del potere onnipresente, quello che avrebbe mostrato come ogni angolo dell’esistenza sia già catturato da una rete di dominio. È una lettura frequente ma forse anche fuorviante. Più che il potere in senso stretto, a Michel Foucault interessa la condotta: il modo in cui gli esseri umani vengono guidati, si lasciano guidare e imparano a guidare sé stessi. Il potere non si limita a reprimere, ma produce. Fabbrica soggetti, abitudini, desideri e persino le “verità” su di noi (il malato, il folle, il delinquente) che finiamo per sentire come naturali. Le sue genealogie servono a mostrare che ciò che crediamo di essere da sempre ha una storia, e che dunque non è necessario.

Il 27 maggio 1978, Foucault tenne una conferenza alla Société francaise de philosophie  intitolata Che cos’è la critica? Qui usò l’espressione, divenuta celebre, « La critique, ce sara l’art de l’inservitude volontaire, celui de l’indocilité réfléchie » (La critica sarà l’arte di un’insubordinazione volontaria e un’indocilità riflessiva), giocando con la celebre servitù volontaria di La Boétie. Le due parole tengono insieme ciò che di solito separiamo. Volontaria, perché non è obbedienza subita né rivolta cieca, ma un atto di libertà esercitato consapevolmente. Riflessiva, perché non è ribellismo istintivo: chiede studio, memoria storica, discernimento. Colpisce soprattutto la misura della richiesta. Foucault non sogna di non essere governati affatto, utopia che non gli appartiene. Dice: non così, non a questo prezzo. È una critica di precisione, che non abbatte l’edificio ma ne sposta le pareti, rendendo contingente ciò che si presenta come inevitabile.

La libertà, dunque, non è per Foucault uno stato originario da riconquistare, ma una pratica che si esercita entro le condizioni in cui viviamo. La critica non giudica dall’alto come un tribunale: esplora i limiti, chiedendosi quanto di ciò che ci viene presentato come necessario sia in realtà il risultato di scelte storiche, e perciò possa essere attraversato. Una libertà così intesa richiede però un lavoro su di sé, ed è qui che l’ultimo Foucault completa il precedente. Negli anni Ottanta riscopre nel mondo greco-romano la cura di sé, una pratica che si può apprendere e coltivare. Non nell’interiorità, come saremmo portati a credere, Ascoltare è già un’arte: il discorso vero va trattenuto, ruminato, trasformato in nutrimento e in equipaggiamento pronto all’uso nelle circostanze della vita, mentre l’ascolto vano e curioso disperde. Scrivere, tenendo taccuini di appunti e citazioni o scambiando lettere, serve a fare propri i discorsi altrui, a costruirsi attraverso ciò che si è raccolto. Non è la confessione di stampo cristiano, che scava alla ricerca di una verità nascosta di sé, ma un lavoro di appropriazione. Dire, infine, significa parlare con franchezza e a proprio rischio, senza la retorica che adula: è la parresia, il coraggio del vero che lega la cura di sé alla cura degli altri e che permette, all’occorrenza, di contraddire chi comanda.

Così il cerchio si chiude. Se la critica è l’arte di non essere governati così, la cura dei discorsi ne è l’addestramento quotidiano: scegliere che cosa ascoltare, con quali parole pensarsi, quali verità far diventare condotta. Una soggettività capace di indocilità riflessiva non nasce da un gesto eroico, ma dall’abitudine paziente di vigilare sul modo in cui i discorsi la attraversano.

Oggi, in un’epoca di algoritmi che orientano le scelte, di valutazione permanente e di individui spinti a farsi imprenditori di se stessi, questa lezione suona quasi come un programma. Governati lo siamo sempre, e spesso con il nostro consenso. La domanda foucaultiana non è come uscirne del tutto, ma se, caso per caso, vogliamo continuare a esserlo in questo modo e a questo prezzo.

 

Sergio D'Angelo

Sociologo - numero di articoli pubblicati : 29

Sergio D'Angelo

Sociologo, collabora con le università di Bari, Foggia e Cagliari. Svolge attività didattica e di ricerca. Tra le sue ultime pubblicazioni: Sguardi. L’attualità in questione, Edizioni Giuseppe Laterza, 2025, Percorsi di vita e orientamento al futuro. Ricerca-intervento nelle scuole superiori, in Pedagogia in azione, Edizioni Ares, 2026. Inciampi. Poesie, Edizioni Giuseppe Laterza, 2024.