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Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito. Il mio viaggiare È stato tutto un restare Qua, dove non fui mai.
Giorgio Caproni, Il franco cacciatore
Forse ai nostri giorni l'obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere.
Michel Foucault, Poteri e strategie
Mission

Il blog della rivista Transiti nasce qui: in questo spazio di passaggio. Non come luogo di sosta definitiva, ma come soglia. Uno spazio aperto in cui fermare gli sguardi, rallentare il pensiero, provare a dare forma alle domande che attraversano la società, la letteratura, il cinema.

Se la rivista in versione cartacea, con uscite quadrimestrali, pubblicata da Les Flâneurs Edizioni, si prende il tempo dell’approfondimento, della costruzione argomentata, della riflessione distesa, il blog ne sarà il laboratorio dinamico: un luogo di interventi brevi, recensioni, note critiche, dialoghi, anticipazioni. Uno spazio in cui le idee possono nascere, misurarsi, talvolta anche contraddirsi.

Transiti non è solo un titolo, è una condizione. Sono le trasformazioni del lavoro e delle identità, le migrazioni culturali, i mutamenti del linguaggio. Transiti sono le opere letterarie che rileggono il passato per interrogare il futuro.  Sono le immagini cinematografiche che raccontano le fratture e le possibilità del nostro tempo.

In un’epoca dominata da polarizzazioni e slogan, crediamo ancora nel valore dell’argomentazione, nel dubbio come metodo, nella critica come forma di responsabilità. Non per costruire élite culturali, ma per alimentare una comunità di lettori esigenti e consapevoli.

Questo blog non offrirà risposte definitive. Proverà piuttosto a formulare domande migliori. Perché attraversare il presente non significa subirlo, significa comprenderne le tensioni, riconoscerne i conflitti, immaginarne gli sviluppi.

Benvenuti in questo spazio di passaggio. Benvenuti nei Transiti del nostro tempo.

Ma il mondo come è fatto?

28 March 2026 - Società

Il mondo è tondo e compatto, noi l’abbiamo suddiviso in tanti pezzi (discipline) per interpretarlo in qualche modo, ma non sappiamo se lui sia d’accordo. Lui, forse, ride di noi.

Ieri notte ripensavo a cosa avevo fatto quel giorno: avevo letto alcune pagine d’un libro di storia, avevo visto una trasmissione sul perché la scienza non è né neutrale né infallibile, avevo ripreso in mano un vecchio libro di geografia per ricordare dove fosse la città di Kolkata, avevo visto un dibattito di politica. Mentre ripensavo a tutto questo, mi sono chiesto: ma il mondo come è fatto? Il mondo, in sé e per sé, conosce la storia, la geografia, la scienza politica, la matematica, la filosofia? Tutte queste nostre divisioni, questo nostro continuo frantumare le cose del mondo rispondono a una sua naturale divisione? Prendiamo semplicemente atto di come è fatto il mondo o, invece, la mano è nostra?
Allora ho pensato che il mondo ci guarda e ride di queste nostre divisioni, di questo prenderlo e suddividerlo in porzioni, come se fosse una torta Biancaneve, mentre lui, invece, è bello compatto come una forma di pecorino romano, e allegramente resiste a qualsivoglia nostro tentativo di scomporlo in pezzi. Mi sono detto: se così è, allora ciò che effettivamente conosciamo non è il mondo in sé, ma ciò che noi abbiamo fatto con il mondo; non stiamo registrando il mondo così com’è, ma – cosa ben diversa – stiamo da sempre mettendo in pratica la nostra immagine del mondo. Abbiamo costruito un mondo senza sapere cosa sia in sé e per sé. Gli abbiamo appiccicato addosso una moltitudine di etichette del tutto discutibili, frutto di una nostra elaborazione a senso unico. Non c’è – in questa nostra sistemazione a tavolino – nessun incontro con il mondo così com’è.
Visto che non avevo sonno, mi sono allora chiesto: perché mai abbiamo deciso di suddividere il mondo in tante discipline (la storia, la geografia, la scienza politica, la filosofia, la matematica)? O meglio: se questa nostra divisione non parte da una naturale divisione del mondo, che noi semplicemente ci limitiamo a registrare – giacché il mondo di per sé è bello compatto come una forma di pecorino romano – a cosa è dovuta questa nostra continua azione di frammentazione?
La risposta più assennata che ho trovato è che, in questa nostra suddivisione, da un lato troviamo riflessa la nostra necessità di interpretare in qualche modo il mondo – visto che lui non parla: il mondo è compatto, ma anche muto; di leggerlo, di renderlo per quanto possibile intelligibile. E, dall’altro, troviamo riflessa la divisione del lavoro fra gli studiosi. Una divisione del lavoro che ha monopolizzato la nostra mappa mentale rispetto al mondo, e che – da sempre – ci trasciniamo nelle nostre menti. È questa divisione del lavoro che ha conferito la struttura al mondo, che ha dato un volto al mondo in cui ogni giorno viviamo. Lui non c’entra nulla.
(Da: Zygmunt Bauman, Pensare sociologicamente, Ipermedium libri, 2000).

Guido Croci

Sociologo - numero di articoli pubblicati : 24

Guido Croci

Sociologo, ha lavorato per oltre trent’anni nel sistema universitario. Attualmente scrive anche su Primo Piano, rivista on-line di attualità, politica e cultura e tiene un corso di Sociologia generale presso l’Università della Terza Età di Trani. Dal 2002 al 2024 ha pubblicato dieci romanzi.

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